Amici

Oggi sono emozionata. Ma tanto. Questa sera rivedo i miei amici del cuore. Una cenetta in giardino, all’aperto, solo noi quattro e i nostri figli. L’ultima volta è stato il 22 febbraio, esattamente prima della quarantena. Poi, il buio. Il cuore batte forte e non mi sembra vero di uscire al sabato sera. Non so come vestirmi, ho perso l’abitudine, mi truccherò pure e, sí, indosserò anche i miei tacchi. Ma soprattutto potrò chiacchierare con chi mi conosce bene, condividere tante emozioni, guardarli negli occhi, sentire il loro profumo, percepire le loro sensazioni. I social ci hanno aiutato a mantenere il contatto, ma vedersi di persona sarà tutta un’altra cosa. Non mi sembra ancora vero, ve lo confesso, e finché non saremo tutti intorno a un tavolo non ci crederò. Non potremo abbracciarci o baciarci, ma lo faremo attraverso le parole che ci scambieremo e gli sguardi che incroceremo. Questo virus ha minato profondamente la nostra società, ha eretto una barriera di diffidenza, ci ha costretti nelle nostre case, facendo vacillare il fondamento della nostra umanità, che è quella di essere animali sociali. Ecco, per me oggi è un giorno di rinascita vera, piena, totale. Accada quel che accada domani, poco importa. Mai come ora vivrò l’hic et nunc di una sera speciale. Perché non possiamo vivere pienamente senza amici: come scrive Cicerone, infatti, coloro che eliminano dalla vita l’amicizia, eliminano il sole dal mondo. E io, ora più che mai, voglio camminare nella luce ❤️

Voglia di stadio

Dieci anni fa, a quest’ora, ero con marito e figli al bar Garibaldi e ci preparavamo alla finale di Champions League. Inter – Bayern. Era l’anno del triplete e di Mourinho.
Della partita ricordo poco e niente, non sono mai stata una tifosa attenta, ma per me quello era un giorno speciale. Mio marito era rientrato il giorno prima dal Kosovo, in licenza, dopo tre mesi di lontananza. No, non era tornato apposta per vedere la partita al Garibaldi, era stata una casualità, ma questa gioia aveva amplificato tutto. Ho sempre patito la lontananza da lui e quel periodo era stato difficile. Tre mesi senza di lui, con i bambini piccoli, il lavoro, i casini del quotidiano. La distanza mette alla prova i rapporti, ma anche la troppa vicinanza. Ironicamente, dieci anni dopo, nello stesso periodo, ho sperimentato tre mesi di quarantena, convivenza forzata, con lui e con i ragazzi, in un clima teso, dove una scintilla può far divampare facilmente un incendio. Sapete che le richieste di separazione sono aumentate in tutto il mondo a seguito della pandemia? In fondo non mi sorprende. Per fortuna, noi abbiamo retto e oggi ne usciamo rafforzati, come dieci anni fa.
Eppure, non sottovalutiamo il peso psicologico della quarantena. Chi ha perso il lavoro, chi è sull’orlo del fallimento, chi ha visto franare il proprio rapporto di coppia, chi ha perso un genitore, un amico, un fratello. Siamo tutti stanchi e nervosi, mai come ora bisognosi di un supporto. Non solo economico. Spero che chi ci governa tenga conto anche di questo, perché la sensazione di vivere in una situazione pronta a detonare è davvero forte. Un clima teso, elettrico, pericoloso. Quanto vorrei tornare al 22 maggio 2010! Alla gioia di abbracciarci di fronte al maxischermo. Con le nostre birre in mano e i bambini che sventolavano le bandiere. In questo momento mi manca anche il calcio, di cui si parla solo per fare polemica, allenamenti sì, allenamenti no, campionato sì, campionato no. Ma che partita è senza il tifo, senza la calca sugli spalti, senza i cori e gli sfottò?
Ho una sete di normalità almeno quanto quella sera, euforica dopo la vittoria, di birra, spritz e chi più ne ha più ne metta. Voglio ubriacarmi di normalità, quando sarà possibile. Voglio andare allo stadio, al cinema, a vedere un concerto, a teatro. Di più. In questo momento, vorrei pogare da Pepe o ballare in discoteca. So che non si può. Ma desiderare, seppur azione molto contagiosa, credo sia concesso in questo momento. O no?

Tre mesi

Tre mesi dall’inizio di tutta questa storia. Il 21 febbraio molti di noi hanno guardato maps per vedere dove fosse Codogno, primo focolaio autoctono di Coronavirus in Italia. E con gli occhi hanno calcolato la distanza dal proprio luogo di residenza, per capire quanto fossero lontani o vicini dall’epicentro di questo terremoto. Nel mio caso vicino. Tre mesi di fiato sospeso. Tre mesi in cui abbiamo stravolto le nostre abitudini. Tre mesi di giorni uguali, che si confondono nella memoria. Sono passati. E questo è consolante. Le città sono tornate a riempirsi di esseri mascherati, le code in tangenziale sanno di normalità, anche se la normalità è ancora lontana. Ma abbiamo imparato ad adattarci ad una normalità sbilenca e ogni passo verso ciò che eravamo ci riempie di gioia. Tre mesi persi, questa è la sensazione più forte che sento, perché per una che spreme a fondo ogni giorno, questo periodo è stato una colossale perdita di tempo e di occasioni. La voglia di recuperare è tanta ma mi continuo a ripetere “con calma”, “con attenzione”. Non so voi, ma io sono stanca. Ho riposato tre mesi e sono sfinita. La pandemia è un tatuaggio che non scolorirà mai dentro di me, ma che imparerò a guardare per ricordarmi che nulla è certo e che l’uomo ha grandi capacità di adattamento. E che non voglio perdere tempo, mai mai, per ciò che dipende da me. La vita va vissuta, limitarsi ad esistere è uno spreco. Vivete. Rischiate. Ripartite.

Ripartenza

Quasi liberi. Non dobbiamo abbassare la guardia, ma oggi lasciateci respirare. Dietro le mascherine, a un metro di distanza, al di là dei plexiglass presenti in molti negozi. Con l’amuchina sulle mani e l’impossibilità di abbracciarci stretti. Con tutti questi limiti, lasciateci respirare. Sorridere. Passeggiare per città che non ci sono mai sembrate così belle, con i negozianti commossi e la voglia di ricominciare a vivere la normalità. Sarà lunga la risalita, una sfida per tutti, con alti e bassi, ma oggi voglio pensare che ce la faremo. E che, quando arriverà finalmente il momento di togliere le mascherine, sorrideremo, e canteremo, e ci baceremo. Non dimentichiamo ciò che abbiamo affrontato, ma non permettiamo alla paura di bloccarci in un’asettica solitudine. Incrociamo le dita, usiamo il cervello e speriamo che questo sia l’inizio della rinascita ❤️

Ci siamo quasi

Sabato abulico. Come il tempo. Meno male avevo un libro a farmi ottima compagnia. Ho una voglia matta di uscire a cena. Di farmi un aperitivo. Di vedere amici. Di farmi un sabato sera come si deve. Forse ci siamo quasi, ma finché non succede, non ci credo. Sono sospesa più che mai e ho paura che succeda qualche cosa che blocchi tutto, e che ci dicano “abbiamo scherzato, si torna alla quarantena”. Incrocio dita delle mani e dei piedi. Dai che ci siamo quasi. Dai che tra poco brinderemo. Dai che torneremo a respirare. Dopo tre mesi. E la libertà non ci sarà mai sembrata così bella ❤️

Relatività

Oggi è stata una giornata difficile. Discussioni, incomprensioni, e pure uno spavento a fare da ciliegina sulla torta. Alla fine è arrivata sera e tutto si è ricomposto. Perché tutto passa, anche ciò che ci sembra insormontabile. Bisogna stringere i denti e guardare avanti. E soprattutto imparare a dare il giusto peso alle cose. Non so voi, ma io mi ritrovo spesso ad arrabbiarmi per inezie, che mi rovinano la giornata e mi fanno rodere il fegato. Grosso sbaglio, anche perché così mi si alza il cortisolo e la mia lotta contro la cellulite diviene stupidamente più difficile. Conclusione del non so più che giorno dall’inizio della pandemia, prendere tutto con più leggerezza. Lasciare scivolare via. Relativizzare. Adottare la strategia scimmietta, non vedo, non sento, non parlo. Che tanto non ne vale la pena. No no. Il Covid dovrebbe averci insegnato la relatività di ciò che siamo e facciamo. Ricordiamocelo. Sempre. Vivremo meglio e soffriremo meno. E direi che non è poco 😉

Mascherina

Odio la mascherina. Non perché mi dia fastidio, ci mancherebbe. La indosso qualche ora per fare la spesa, andare al lavoro, fare una passeggiata. Niente a che vedere con chi la veste per ore, magari in ospedale, con il resto dei dispositivi di protezione. Non si tratta di fastidio fisico. La mascherina va indossata per la propria e l’altrui salute e io continuerò a farlo. Però non la sopporto. Perché non posso sorridere a chi incontro. Perché non riconosco le persone. Perché la comunicazione è più difficile. Perché siamo tutti mascherati, ma per la più brutta delle feste. Incrocio sguardi, spesso nascosti dagli occhiali da sole, e spesso non saluto, perché non capisco chi ho davanti. E questo mi mette tanta tristezza. Mi manca la mimica che parla più di tante parole. Tantissimo. Oltre al fatto che sono spesso nella nebbia perché mi si appannano gli occhiali. Passerà, e forse impareremo tutti a sorridere di più.

Cambiamenti

Le persone non cambieranno in meglio dopo l’esperienza della quarantena. Anzi. Credo che saremo tutti più egoisti, avidi di vita e di esperienze, meno propensi ai compromessi. Abbiamo dato fondo alla pazienza e alla tolleranza. Esaurito la fiducia nelle istituzioni. Ci siamo goduti gli affetti più stretti e abbiamo cercato di compensare il credito di coccole ai nostri figli. Abbiamo capito i veri valori della vita e per questo ora abbiamo un bisogno smodato di superficialità. Delle cose inutili. Delle varie ed eventuali. Siamo stanchi dei messaggi ipocriti e buonisti. Abbiamo dimostrato di essere civili, ordinati, ubbidienti. Ma torneremo ad essere quelli di sempre. Più incazzati. Meno accomodanti. Meno tolleranti. E sarebbe bello anche più rivoluzionari, una volta tanto. Se dobbiamo cambiare, che sia a nostro vantaggio. Che da bravo, bello e buono a ciula è un attimo.

Le mamme non invecchiano mai

La festa della mamma quest’anno è una festa orfana di tante donne che il virus si è portato via. Mamme, nonne, bisnonne, che oggi avrebbero aspettato la visita dei loro figli, un fiore o un pacchetto di cioccolatini, e soprattutto il loro abbraccio. Invece se ne sono andate in silenzio, da sole, senza il conforto di stringere la mano a chi avevano messo al mondo. Le nonnine delle case di riposo, ma anche tutte le altre molto anziane, le cui morti vengono da molti accettate perché vecchie, perché malate, perché era la loro ora. E invece no. Una mamma non è mai vecchia. Una mamma ti stringe forte anche a cento anni e tu ti senti il suo bambino, anche se sei già diventato nonno. Una mamma è il nostro faro, sempre, e la sua saggezza ci aiuta nelle decisioni difficili. Ci sono mamme che hanno la terza media, ma, con il loro buonsenso, possono darti la soluzione per un accordo societario. È così. Le mamme amano a prescindere, senza senso, in ogni caso, anche se sei un delinquente e non le vai mai a trovare. Ecco perché oggi io penso ai tanti orfani a cui mancherà l’abbraccio della mamma. La loro mamma. Che si, aveva il diabete, la pressione alta, camminava a fatica, ma se non fosse arrivato questo virus odioso, oggi sarebbe lí, sulla sedia, con il suo sorriso sincero, ad ascoltare i loro racconti, ad accarezzargli il viso, a dire “come sei bravo, amore di mamma”. Ciao mamme, ovunque voi siate. Ciao.