Estate

Eppure io la sento nell’aria l’estate. La sento nelle giornate lunghe e nelle prime zanzare. È più timorosa degli altri anni, è vero, ma, ogni giorno che passa, si fa più prepotente la voglia di viverla. Tanta voglia di uscire. Con la mascherina, oggetto immancabile insieme agli occhiali da sole e il cellulare, con le precauzioni ok, ma uscire. Bere uno spritz, anzi due, mai così freschi, mai così buoni. Cantare a squarciagola le nuove hit e chiedersi quale sarà il tormentone. Truccarsi, pettinarsi, vestirsi, taccarsi. Ecchecavolo, io sono questa, non la sorella sciatta e in tuta a cavallo basso, pantofole e sguardo annichilito della quarantena. Io sono quella che ha voglia di ridere così tanto che lo capisci anche se ho la mascherina che sono felice di uscire. Io sono quella che ne ha basta di sentire parlare di ospedali, virus, percentuali. Voglio illudermi che si possa godere di un’estate senza cifre, senza grafici, con qualche limite ma con tante opportunità. Qui in Italia, il posto più figo del mondo, con la cucina migliore, il mare migliore, le montagne migliori e, sí, anche gli uomini migliori. Avanti tutta! Che sia un’estate alla sapore di sale, perché dopo tanto buio vogliamo il sole!!!!

Tentativi di normalità

Tentativi di normalità in un sabato di giugno che sembra ottobre. Ieri sera ci abbiamo provato. Aperitivo in piazza, nonostante il freschino, e poi pizza in un ristorante, la prima da febbraio. Bene, ma non benissimo. Non lo so, il clima è strano, e non parlo del meteo che, come da programma, dopo mesi di bel tempo, ora regala temporali e un’arietta autunnale. No, parlo del clima tra la gente. Ce n’è poca in giro, poca per un sabato sera d’estate, mascherata e attenta alle distanze: qui non ho visto gli assembramenti di cui parlano i telegiornali, ma siamo in provincia, se c’entra qualcosa. Poca gente, tanti locali chiusi, negozi vuoti. Meglio così, dirà qualcuno, visto che l’emergenza non è rientrata, soprattutto in Lombardia. Già. Però uscire fa un po’ male al cuore. Combattuti tra la voglia di un sabato sera normale e il disagio del momento, che ci spinge sul divano, tranquilli, protetti, a casa nostra, pizza nel cartone e birra dal frigo. Passerà. Ma io ieri sera avrei voluto andare in centro alla piazza e urlare “non ne posso più! Rivoglio la mia libertà! Virus ci hai rotto!” e so che in molti si sarebbero uniti al mio grido. Poi però ci sarebbe stato assembramento e ho preferito desistere. Lo scrivo qui, in questa piazza dove si può urlare tutto insieme senza il rischio di contagio. Buona domenica ❤️

Buone vacanze

Ultimo giorno di scuola di un anno bislacco. Basta lezioni online, collegamenti con classroom, chat infinite e imprecazioni quando il Wi-Fi non funziona a dovere. In un anno normale, oggi, avreste festeggiato in classe con cori e risate e, giunti a casa, avreste buttato lo zaino in un angolo, finalmente liberi. Ora è un po’ tutto smorzato. Si spegne il pc e si salutano i prof via chat. Questi prof a cui è stato richiesto uno sforzo unico, una capacità di adattamento immediata e senza preavviso, con il compito improbo di tenere desta l’attenzione per mesi in studenti che magari seguivano le lezioni comodamente spaparanzati sul divano o nel letto. È stato un anno difficile. Ma ce l’avete fatta. Bambini, ragazzi, professori, dirigenti, mamme. Siamo tutti promossi e ce lo meritiamo. Ora è tempo di vacanze, almeno per chi non ha esami. Vi auguro che siano libere e indimenticabili, di quelle che ricorderete per sempre perché bellissime. Dopo tre mesi di clausura, vi meritate aria, luce, mare, vento e soprattutto felicità. Buone vacanze ❤️

Libertà

Mi sono svegliata sotto un cielo diverso. Un cielo punteggiato di nuvole, alcune chiare, altre scure, laggiù dietro alle montagne. Aprire gli occhi, vedere un panorama diverso e sentirsi liberi è stata una cosa sola. Non avevo bisogno di cene o apertivi, avevo bisogno di questo. Della possibilità di muovermi senza vincoli. Di una passeggiata tra i boschi e del Sesia che scorre tumultuoso mentre ne costeggio la riva. Semplicità e tranquillità. La guerra contro questo virus è ancora lunga, ma queste finestre di vita normale ricaricano e danno forza per andare avanti. Oggi si rientra, che, ovviamente, dopo una primavera di sole, ora che possiamo spostarci il tempo ha deciso di variare in pioggia. Ma va bene così. Questi mesi ci hanno insegnato a godere delle piccole cose. E a me bastano gli uccellini sugli alberi davanti a casa, il prato verde appena tagliato, l’aria frizzantina e le mie montagne vicine. Buon fine settimana miei cari ❤️

Imbruttiti

E niente. Il Covid si è imbruttito. Insensibile alle bellezze delle altre regioni, al mare cristallino, ai crudi di pesce serviti in spiaggia mentre il sole tramonta, il virus si é affezionato ai Navigli, alle zanzare, alla coda in tangenziale. Aggiungiamo anche all’ape di tendenza, all’outfit griffato, alla necessità di fatturare nonostante tutto. E noi Lombardi ce lo prendiamo in quel posto, noblesse oblige, scusate, ma, figa, quand’é che si toglie dalle balle? Che va bene Lombardia first, ma adesso ad essere i migliori in Italia ci siamo anche stufati. Anche se vi confesso una cosa. Nonostante noi Lombardi vinciamo nel 2020 la palma di regione sfigata dell’anno, battendo quest’anno la Liguria che negli ultimi periodi era stata indiscussa protagonista, nonostante in questo momento (e non solo in questo momento) vorrei essere a Favignana a mangiarmi un panino con il tonno appena scottato e i piedi a mollo a Cala Rossa, nonostante ne abbia due palle così, ecco nonostante tutto sono fiera di essere Lombarda al 100%. Bauscia, un po’ snob, con l’agenda sempre aperta, e chi più ne ha più ne metta. Perché noi Lombardi abbiamo dimostrato di essere un popolo composto, attento, poco incline alle tragicomedie, silenzioso nel dolore, rispettoso delle leggi. Si, va be, apertivi e movida ci sono stati, ma gran parte della popolazione si è infilata guanti e mascherina e zitta zitta ha fatto ciò che gli veniva imposto. Fiera di essere lombarda. Italiana certo, ma celticamente e orgogliosamente lombarda.

Sul balcone

Lunedì. Questa mattina mi sono svegliata molto presto, poco dopo le 5. Ho provato a girarmi dall’altra parte, ma non c’è stato nulla da fare. Allora mi sono alzata. Ho messo su il caffè, ho scaldato il latte e, con la mia tazza fumante in mano, mi sono seduta pavimento del balcone. Accanto a me, il cellulare, che mai come in questo periodo mi ha connesso con il mondo vicino e lontano e ha registrato la miriade di pensieri che mi facevano a tratti scoppiare la testa. Le piastrelle sono fredde e l’aria dell’alba è frizzantina, ma il cielo è così sereno che tutto passa in secondo piano. Silenzio tutt’intorno, ma non immobile. Sento le automobili in lontananza, la saracinesca di un garage che si apre, qualche voce sussurrata laggiù. Gli uccellini sulla magnolia cinguettano come sempre, ormai ho imparato ad ascoltarli, in questi mesi di silenzio irreale, in cui erano la sola voce a salutarmi al mattino. Ora non più. Ora siamo ripartiti. Sento le lacrime salirmi negli occhi, mi capita spesso in questi giorni, in cui la normalità si fa largo tra una restrizione e una mascherina. Lascio che scendano, tanto non mi vede nessuno. Ho scritto tanto di questa pandemia, anche se mi ero ripromessa di tacere il più possibile. Ma quando nasci chiacchierona, ogni promessa al silenzio è decisamente vana. La scrittura mi ha aiutato a
non affondare nella disperazione di certe giornate e mi ha tenuto in contatto con tutti voi. I social sono stati la mia finestra sul mondo e credo che per molti siano stati un’ancora di salvezza contro la solitudine. Adesso però ho bisogno di voltare pagina. Basta parlare del Coronavirus. Ora ho voglia di aria fresca. Come quella di questa mattina di fine maggio. Il virus mi ha insegnato che nulla è certo e che tutto può cambiare dalla sera alla mattina. L’ho scritto tante volte, ma mai come ora so che siamo come le foglie sugli alberi e che
basta davvero poco perché tutti i nostri progetti diventino vani. Il virus mi ha insegnato a dare il giusto peso alle persone e alle situazioni: ci sono valori, pochi, su cui fondare tutto. Il resto sono solo chiacchiere. Il virus mi ha mostrato la grande capacità di adattamento degli uomini e, se possibile, ha fatto sì che amassi ancora di più la natura umana e le sue infinite sfumature. Il virus ci ha messo tutti in ginocchio, ma io vado dicendo da una vita ogni volta che si cade, è necessario rialzarsi più determinati che mai: ecco, adesso è il momento di tirare fuori tutto ciò che abbiamdentro, senza risparmiarsi per il futuro. Il futuro. Il virus mi ha insegnato a pensare meno al futuro e a concentrarmi di più sul presente: la vita, come dice il mio guru, Forrest Gump, è una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita. Il virus mi ha insegnato questo e molto altro. Intanto, nel cortile di fronte, un bambino è uscito e ha iniziato a gire in bicicletta. E’ presto, ma lo fa tutti i giorni. Ho imparato a conoscerlo, anche se non so come si chiama, ma le sue risate e le sue urla sono state la musica di questi tre mesi. Quel cortile è stato per lui un universo in cui creare fantastiche avventure e io sono stata la spettatrice segreta delle sue conquiste. Prima di febbraio, non sapevo neanche che lì vivesse un bambino e ora sorrido ogni volta che lo vedo correre, mentre stendo la biancheria o mi alleno con i pesi sul balcone, sotto gli sguardi di commiserazione dei vicini. Questo balcone è stato il mio “fuori” e vi dirò che mi sembra il luogo più bello del mondo adesso. Anche se il panorama non è certo di quelli da cartolina e presto dovrò lasciarlo perché afa e zanzare lo renderanno invivibile. Eppure, anche lui è stato protagonista della mia quarantena. Ho preso il sole, ho lavorato, ho perfino stirato qui una mattina, tanto per darvi l’idea del grado di follia che io abbia raggiunto. Adesso è ora di rientrare. A breve i ragazzi si alzeranno e si metteranno al lavoro con le video lezioni per questi ultimi giorni di scuola di un anno da ricordare. O da dimenticare. Vedete voi. Io preferisco ricordare, perché ogni vissuto porta insegnamenti e io non voglio scordare le sensazioni di questo periodo, in cui mi sono attaccata alla vita e ad ogni sua piccola sfumatura. Spero che anche voi scegliate di fare lo stesso, perchè solo così saremo un Paese migliore. Non togliete la bandiera dell’Italia dalle finestre se mai, come ho fatto io, l’avete appesa lì ai tempi dei flash mob e degli inni cantati dai balconi. Tenete sempre vivo l’amore per la Patria che tanto avete osannato in questi mesi.
Rispettate sempre gli operatori sanitari che hanno sacrificato giorni e notti per salvare tante vite. Ricordate chi non c’è più e se ne è andato in silenzio. Con un occhio al passato, inserite la marcia e partite.
Lunedì. Cielo sereno. La strada è lunga ma noi abbiamo il pieno di benzina. Buon viaggio

Movida

Guardo le immagini della “movida” di ieri sera un po’ in tutta Italia e leggo i commenti negativi sui social, infarciti di insulti e di quella rabbia che la quarantena ha lasciato come regalo spiacevole in molte persone. Parole dure che leggerò anche questa sera, e domani, e dopodomani, perché oggi è una bella domenica di sole e molti andranno al mare, ci sarà traffico per le strade, gente in giro e tutti scatteranno fotografie ad hoc da postare sui social per far vedere quanto sono stupidi gli italiani. Che tristezza! Premetto che non sono d’accordo con chi non indossa la mascherina, non rispetta le distanze di sicurezza e si assembra in barba a ogni buon senso, ma li capisco. Soprattutto non me la sento di giudicare chi cerca di respirare un po’ di normalità. Chi non ce la fa più. Chi cerca di dimenticare i debiti, le difficoltà sul lavoro, il futuro incerto, brindando con un amico. Sbagliato in principio, ma terribilmente umano. Capisco chi ha paura del contagio e se ne sta rintanato in casa, ma capisco anche chi vuole provare a vivere. Soprattutto i più giovani. D’altra parte, era prevedibile, no? Nel momento in cui permetti alle persone di incontrarsi e di uscire, apri bar e ristoranti, decidi di affidarti al loro buon senso. Ci sarà chi lo userà e chi no, ma siamo cittadini liberi e non possiamo restare chiusi in eterno. La battaglia contro il virus è ancora lunga, ma dobbiamo combatterla vivendo. Nelle strade. Al lavoro. Nella quotidianità. Un mondo asettico è un mondo privo di vita, e non è il nostro mondo. Voi cosa volete fare? Stare chiusi nel vostro nido in attesa o provare a rinascere? Io non ho dubbi. Voglio ripartire. Non domani, adesso. Basta piangere, basta avere paura.
Buona domenica

Amici

Oggi sono emozionata. Ma tanto. Questa sera rivedo i miei amici del cuore. Una cenetta in giardino, all’aperto, solo noi quattro e i nostri figli. L’ultima volta è stato il 22 febbraio, esattamente prima della quarantena. Poi, il buio. Il cuore batte forte e non mi sembra vero di uscire al sabato sera. Non so come vestirmi, ho perso l’abitudine, mi truccherò pure e, sí, indosserò anche i miei tacchi. Ma soprattutto potrò chiacchierare con chi mi conosce bene, condividere tante emozioni, guardarli negli occhi, sentire il loro profumo, percepire le loro sensazioni. I social ci hanno aiutato a mantenere il contatto, ma vedersi di persona sarà tutta un’altra cosa. Non mi sembra ancora vero, ve lo confesso, e finché non saremo tutti intorno a un tavolo non ci crederò. Non potremo abbracciarci o baciarci, ma lo faremo attraverso le parole che ci scambieremo e gli sguardi che incroceremo. Questo virus ha minato profondamente la nostra società, ha eretto una barriera di diffidenza, ci ha costretti nelle nostre case, facendo vacillare il fondamento della nostra umanità, che è quella di essere animali sociali. Ecco, per me oggi è un giorno di rinascita vera, piena, totale. Accada quel che accada domani, poco importa. Mai come ora vivrò l’hic et nunc di una sera speciale. Perché non possiamo vivere pienamente senza amici: come scrive Cicerone, infatti, coloro che eliminano dalla vita l’amicizia, eliminano il sole dal mondo. E io, ora più che mai, voglio camminare nella luce ❤️

Voglia di stadio

Dieci anni fa, a quest’ora, ero con marito e figli al bar Garibaldi e ci preparavamo alla finale di Champions League. Inter – Bayern. Era l’anno del triplete e di Mourinho.
Della partita ricordo poco e niente, non sono mai stata una tifosa attenta, ma per me quello era un giorno speciale. Mio marito era rientrato il giorno prima dal Kosovo, in licenza, dopo tre mesi di lontananza. No, non era tornato apposta per vedere la partita al Garibaldi, era stata una casualità, ma questa gioia aveva amplificato tutto. Ho sempre patito la lontananza da lui e quel periodo era stato difficile. Tre mesi senza di lui, con i bambini piccoli, il lavoro, i casini del quotidiano. La distanza mette alla prova i rapporti, ma anche la troppa vicinanza. Ironicamente, dieci anni dopo, nello stesso periodo, ho sperimentato tre mesi di quarantena, convivenza forzata, con lui e con i ragazzi, in un clima teso, dove una scintilla può far divampare facilmente un incendio. Sapete che le richieste di separazione sono aumentate in tutto il mondo a seguito della pandemia? In fondo non mi sorprende. Per fortuna, noi abbiamo retto e oggi ne usciamo rafforzati, come dieci anni fa.
Eppure, non sottovalutiamo il peso psicologico della quarantena. Chi ha perso il lavoro, chi è sull’orlo del fallimento, chi ha visto franare il proprio rapporto di coppia, chi ha perso un genitore, un amico, un fratello. Siamo tutti stanchi e nervosi, mai come ora bisognosi di un supporto. Non solo economico. Spero che chi ci governa tenga conto anche di questo, perché la sensazione di vivere in una situazione pronta a detonare è davvero forte. Un clima teso, elettrico, pericoloso. Quanto vorrei tornare al 22 maggio 2010! Alla gioia di abbracciarci di fronte al maxischermo. Con le nostre birre in mano e i bambini che sventolavano le bandiere. In questo momento mi manca anche il calcio, di cui si parla solo per fare polemica, allenamenti sì, allenamenti no, campionato sì, campionato no. Ma che partita è senza il tifo, senza la calca sugli spalti, senza i cori e gli sfottò?
Ho una sete di normalità almeno quanto quella sera, euforica dopo la vittoria, di birra, spritz e chi più ne ha più ne metta. Voglio ubriacarmi di normalità, quando sarà possibile. Voglio andare allo stadio, al cinema, a vedere un concerto, a teatro. Di più. In questo momento, vorrei pogare da Pepe o ballare in discoteca. So che non si può. Ma desiderare, seppur azione molto contagiosa, credo sia concesso in questo momento. O no?

Tre mesi

Tre mesi dall’inizio di tutta questa storia. Il 21 febbraio molti di noi hanno guardato maps per vedere dove fosse Codogno, primo focolaio autoctono di Coronavirus in Italia. E con gli occhi hanno calcolato la distanza dal proprio luogo di residenza, per capire quanto fossero lontani o vicini dall’epicentro di questo terremoto. Nel mio caso vicino. Tre mesi di fiato sospeso. Tre mesi in cui abbiamo stravolto le nostre abitudini. Tre mesi di giorni uguali, che si confondono nella memoria. Sono passati. E questo è consolante. Le città sono tornate a riempirsi di esseri mascherati, le code in tangenziale sanno di normalità, anche se la normalità è ancora lontana. Ma abbiamo imparato ad adattarci ad una normalità sbilenca e ogni passo verso ciò che eravamo ci riempie di gioia. Tre mesi persi, questa è la sensazione più forte che sento, perché per una che spreme a fondo ogni giorno, questo periodo è stato una colossale perdita di tempo e di occasioni. La voglia di recuperare è tanta ma mi continuo a ripetere “con calma”, “con attenzione”. Non so voi, ma io sono stanca. Ho riposato tre mesi e sono sfinita. La pandemia è un tatuaggio che non scolorirà mai dentro di me, ma che imparerò a guardare per ricordarmi che nulla è certo e che l’uomo ha grandi capacità di adattamento. E che non voglio perdere tempo, mai mai, per ciò che dipende da me. La vita va vissuta, limitarsi ad esistere è uno spreco. Vivete. Rischiate. Ripartite.