Addii

Ti ho dato tutto ciò che potevo. Ho sacrificato me stessa, la mia famiglia, il mio tempo libero. Hai impegnato la mia mente anche quando non ero con te, pensando a come aiutarti, soffrendo con te, gioendo con te, vivendo in un’empatia che è propria dei grandi amori. Forse non era la strada giusta, forse il destino la pensa diversamente, forse forse forse. Non c’è più nulla tra di noi, se non il ricordo di emozioni e lacrime, sogni e abbracci, un ricordo che cerco di allontanare, perchè fa male come aghi nella pelle, che entrano pian piano e scavano nel profondo. Ci sono finali che non ci piacciono e allora proviamo a riscriverli, ma sono e rimangono finali. Con i titoli di coda in cui ho sperato di leggere il suggerimento di un nuovo inizio, ma ho visto solo il silenzio di chi ormai è lontano. Buon viaggio e che la vita ti regali i sorrisi che mi hai negato.

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Io ci credevo

Non commento il vincitore di Sanremo, non ho gli strumenti critici e musicali per farlo. Non mi piaceva quella canzone, come molte altre dei giovani, ma forse sto invecchiando e un certo tipo di musica non la capisco. Per me la vincitrice é stata Loredana Berté, con i suoi capelli azzurri, due gambe ancora da urlo e la borsina a tracolla. Ma soprattutto una voce che graffia più che mai, che entra dentro e che ci fa urlare insieme a lei “che cosa vuoi da me?”. Standing ovation ad ogni puntata. E non è un caso. Credevo vincesse lei, sí “io ci credevo, io ci credevo sì, ci vuole soltanto una vita per essere un attimo….”

Come me

Quelle come me sono sempre in cerca di approvazione. Non vogliono applausi, no. Hanno bisogno del cenno di un amico, dell’abbraccio di un genitore, del sorriso di chi le incontra per strada. Perché quelle come me non si bastano mai e ci vuole un niente per renderle insicure, una parola, un gesto distratto, una dimenticanza. Quelle come me sono sempre alla ricerca di qualche cosa. Non sanno bene cosa, ma vanno sempre oltre. Oltre il presente, oltre le facili soddisfazioni, oltre ciò che è a portata di mano. Agiscono ma già pensano a cosa verrà dopo. E allora quelle come me hanno spesso la sensazione che la vita sfugga di mano, perché guardano sempre al domani e non si godono l’oggi. Quelle come me sanno amare in un solo modo. Con il corpo, con l’anima, con il cuore. Provano sentimenti forti e sono sensibili, troppo sensibili. Quelle come me piangono tanto, di rabbia, di dolore, di delusione, ma le vedrai sempre sorridere, perché hanno imparato a contagiare il mondo con la loro gioia, non con il loro pianto. Quelle come me non cambieranno mai e ogni notte si domanderanno se la strada che stanno percorrendo sia quella giusta. Chissà. Intanto viviamo, penseranno, e forse un giorno ci capiremo qualche cosa. Forse.

San Remo

Quando ero una bambina, il festival di San Remo era vissuto a livello condominiale. Ci si trovava a casa di uno o dell’altro, le mamme bevevano il caffè, poi ognuno prendeva foglio e penna e si davano i voti ad ogni canzone. Ricordo una vicina che, ogni volta che usciva Cristian con il suo sorriso a 50 denti, gli dava 10 prima ancora che l’orchestra iniziasse a suonare. E quella che, dimostrando un intuito degno di un talent scout, aveva dato 10 a Vasco nel 1983, quando con Vita Spericolata si era classificato penultimo. Non vi dico i commenti su vestiti, acconciature, trucco, oltre che sulle canzoni. Perché San Remo è un evento unico e sinceramente non capisco lo snobismo di molti che “ah io San Remo non lo guardo” “ah neanche so che canzoni ci sono” “ah che noia”. A parte che è impossibile che non sentiate le canzoni, perché dovreste non accendere la radio da oggi a fine maggio. Se non volete guardarlo, che bisogno c’è di scriverlo? Leggetevi un libro e bon. Io San Remo lo guardo. Con penna, foglio e anche il cellulare per leggere i commenti sui social e i whatsapp della mamma. E poi, quanto è figo Matteo Bocelli?!?!?

Tacco12

Le scarpe con il tacco danno alle donne quell’andatura incerta che le fa sembrare sempre sull’orlo di un precipizio. Un misto di fragilità e sicurezza, di grazia e audacia, che le rende terribilmente attraenti. Il tacco 12 è l’estensione naturale del cervello di una donna, il suo dirti barcollo ma non mollo, anzi avanzo sicura e sono pronta a conquistare il mondo.

La ragazza sul tappeto

Aveva i capelli lunghi, raccolti in una coda. Gli occhi erano neri, piccoli ma intensi, veloci e irrequieti. Correva su quel tapis roulant come se fosse seguita da un branco di lupi. Ma i mostri li aveva dentro. Quei mostri che avevano iniziato a tormentarla un anno prima e che all’inizio sembravano i migliori amici possibili. Erano apparsi d’improvviso una mattina, mentre si guardava allo specchio, prima di andare a scuola e le avevano fatto notare che quei pantaloni sarebbero stati meglio se le gambe fossero state più sottili. Erano tornati poi il giorno dopo, mentre studiava,e le avevano fatto notare il giornale di moda della mamma, con quelle modelle filiformi. Avevano iniziato a sfidarla, lei, che era la prima della classe, la figlia modello, così perfetta agli occhi degli altri, ecco, lei, perché non prendeva controllo del suo corpo? Perché non lo modellava come dicevano le sue amiche? In fondo era facile. Era determinata. E ci sarebbe riuscita. E poi avrebbe dimostrato a tutti che valeva, che era bella, perché aveva sempre pensato di essere trasparente. Ecco, ora l’avrebbero notata. Aveva iniziato a togliere il pane, poi la pasta, poi il gelato che le piaceva così tanto. Aveva iniziato a godere del senso di fame e di stordimento, della testa che girava, delle ossa che si sentivano sull’addome, la sera, prima di dormire. I suoi se ne erano accorti ed erano iniziate le battaglie. Questo l’aveva incoraggiata ancora di più. Li avrebbe fregati quei due, loro, con le loro idee vecchie, con le loro imposizioni, con le loro buone maniere. Mangiava e vomitava. Mangiava e prendeva lassativi. E intanto si spegneva. Non nel corpo, quello sembrava trovare risorse nei suoi diciassette anni. Nel viso. Negli occhi. Nel sorriso. Era sparito da quel bel viso con il naso all’insù. Fin quando un giorno si accorse che non ce la faceva più. Che l’ossessione era insopportabile. Che pensava solo al cibo e a come non mangiarlo. Era un’incapace. Incapace anche di morire. Questo pensava di se stessa piangendo ma per fortuna aveva chiesto aiuto. Pian piano aveva cominciato la terapia e a mangiare di nuovo. Ma era una montagna altissima. E lei inciampava di continuo. Con il tempo aveva capito che lo sport l’avrebbe aiutata ma, nello stesso tempo, continuava a ingannare se stessa. Ecco perché correva su quel tappeto. Perché la pasta della mamma era davvero troppo calorica, perché aveva chiuso con dita in gola e lassativi, ma in qualche modo doveva smaltire. Si sentiva in colpa. Sempre. Con tutti. Con i suoi. Con i dottori. Con se stessa. Con i demoni dentro di lei. Io la guardavo correre e rivedevo me stessa. Avrei voluto dirle qualche cosa ma sapevo che ogni parola era inutile. Corri bambina mia, ma lontano da questa prigione inutile, che ti disegna un corpo fragile, che non ti fa sorridere, che rovina la tua splendida adolescenza. Io so che ce la farai, so che tornerai più bella di prima, so che userai lo sport per ricostruirti e che scoprirai di nuovo quanto è buona una pizza. E da quel momento sorriderai ogni volta che potrai. Sarà così, ne sono sicura.

25 anni

25 anni. Un quarto di secolo. Quante cose sono cambiate in 25 anni? La diffusione di internet, dei social, dello smartphone. L’avvento delle auto ibride, del wifi, di google, delle chiavette usb. Per non parlare degli assetti sociopolitici e della nostra povera Terra, sempre più inquinata e sommersa dalla plastica. 25 anni sono tanti, insomma, soprattutto se vissuti intensamente, senza lasciare nulla di intentato, alla continua ricerca di qualche cosa di nuovo e di interessante. In questi 25 anni siamo diventati grandi, tu ed io. Bè, grandi. In altezza, io no, di certo. Non mi sono mossa di un centimetro. Ma su questo hai sempre compensato tu e io mi sono accontentata dei miei tacchi, 12 o 14 che siano. Siamo diventati degli adulti insieme. Quando ci siamo conosciuti, io facevo l’ultimo anno di liceo e sognavo di fare l’archeologa, mentre tu eri al primo anno di giurisprudenza, in pieno effetto Mani Pulite. Io ero uno scricciolo con una solo sicurezza, il mio amore per i libri, per i classici e per lo sport, tu eri un ragazzo determinato, che nascondeva dietro un aspetto elegante e un po’ dandy, la follia di un amante della musica rock. Ci siamo incontrati per caso e abbiamo trovato divertente andare in giro insieme per musei, città, mostre, passare il sabato sera tra pub, birre e la musica dei grandi gruppi: Pink Floyd, Cure, Rolling Stones….E in fondo questo non è cambiato affatto. Siamo solo più grandi, ma ci piace viaggiare, visitare luoghi nuovi, assaporare la bellezza di una chiesa o di un palazzo, nutrire gli occhi con i paesaggi di terre lontane, ascoltare la musica, sempre, in casa, in auto, nei locali, scambiarci le letture e commentarle insieme. Solo che non siamo più in due, ma in quattro. Perchè, in questi 25 anni, siamo stati tanto folli da pensare di regalare al mondo qualche cosa di prezioso, la migliore parte di noi, i nostri figli. Che ora stanno diventando grandi (azz…sono già più alti di me) e amano viaggiare, leggere, ascoltare la musica. Mi sa che questo è il nostro imprinting e tuttosommato mi piace. 25 anni sono tanti e abbiamo attraversato dolori, dolori grandi, successi, sconfitte brucianti, abbiamo discusso quasi ogni giorno, perchè i rapporti veri sono quelli in cui i problemi li poni sul tavolo e li analizzi insieme, anche se portano contrasto, perchè solo il loro superamento può permettere di continuare a costruire insieme. E siamo arrivati qui. Con la stessa voglia di prenderci in giro di quel lontano 1994, quando mi stringevi forte da Pepe e un po’ ubriaco mi baciavi lasciandomi senza fiato. Grazie Luca, perchè hai dato un senso a questi 25 anni, perchè senza di te vagherei per il mondo insoddisfatta, perchè averti accanto è la più grande botta di culo di questo quarto di secolo.

Mourinho

Premetto. Non capisco nulla di calcio, non commento le partite, non mi strappo i capelli se la squadra per cui faccio il tifo per tradizione familiare perde. Anche perché sono interista ed essere interisti è una filosofia di vita. Sai che devi remare controcorrente, sai che non ci sono partite facili o difficili perché l’Inter riesce a vincere e a perdere in modo imprevedibile, contro tutti i pronostici. Sai che arriveranno tempi migliori, non sai quando, ma arriveranno e che la squadra non si cambia, mai. Detto questo, ho una passione sfrenata per Josè Mourinho, che oggi compie 56 anni e che ha reso per me interessante il calcio quando allenava l’Inter. Mi piace perché ha sempre quel cipiglio incazzato, perché è arrogante, perché usa la comunicazione in modo eccezionale, perché ha lasciato frasi e gesti memorabili. Se sia un bravo allenatore o no, come dicevo, non ho i “tituli” per dirlo, ma a me gusta un sacco. Affascinante, sfrontato, provocatore. “Perché mi attaccano tutti? Facile, perché sanno che il giorno dopo le prime pagine dei giornali si occuperanno di loro. È tutta pubblicità gratis”. Grandioso, no?

Viaggiare

Il rientro da ogni vacanza porta con sè il sapore dolceamaro dei piaceri che vorresti prolungare all’infinito e che invece devi sospendere per tornare alla quotidianità. Da ogni viaggio torniamo arricchiti, rigenerati, riposati mentalmente e con una spinta pazzesca per affrontare nuove sfide. Sono grata a questa vita che mi ha permesso finora di assaporarla così a fondo con le persone che amo, conoscendo tanti posti, incontrando culture diverse, sperimentando situazioni sempre stimolanti. Avanti tutta ora, che qui non ci si ferma mai!!!! #lacolli #blogger #writer #giornalismo #tv

Nientologi

Credo che uno dei peggiori difetti dell’epoca che stiamo vivendo sia il dilagare dei nientologi. Ovvero di quelle persone che, pur non avendo alcuna preparazione, una cultura scarsa se non inesistente, un curriculum decisamente sintetico, si trovano a ricoprire cariche importanti e di spicco. E questo non sarebbe un problema, o meglio non rappresenterebbe una grossa novità per il nostro Paese. Quello che li rende diversi è il vantarsi di questa insipienza, il sottolineare come, pur senza preparazione specifica, sia possibile fare tutto. Ecco. Questo mi fa paura. Perché credo invece che lo studio e la conoscenza siano la base per la crescita di ogni società e che ognuno debba portare il suo contributo in base alle sue competenze. Mi fa paura perché ho due figli da crescere. Che esempio posso dargli se poi tutti si sentono in diritto di dire e fare tutto? Se l’ignoranza è sventolata come vanto e la cultura è considerata un orpello inutile? Socrate diceva “so di non sapere” e questo era uno sprone per migliorare, ora invece regna il “so di non sapere e me ne vanto”. Credo sia molto pericoloso tutto questo. Riflettiamoci bene e continuiamo a diffondere la cultura della conoscenza e della competenza. Sempre Socrate diceva “esiste un solo bene, la conoscenza, ed un solo male, l’ignoranza”. A me piace pensare che sia così anche se, in effetti, Socrate l’hanno fatto fuori e questo post forse non interesserà a nessuno 😉