Il mio senso per i social

Mi sono messa a nudo sulla rete. Ho raccontato la mia vita, i miei sogni, le tante cadute, i pianti. L’ho fatto per un bisogno personale, come se, raccontandolo, lo ascoltassi anche io e imparassi ad accettarlo. Internet è stato per me terapeutico, perché mettermi così in mostra mi ha fatto superare tante, tantissime fragilità. Non è stato facile ma mi ha fortificato. Mi ha anche aiutato a superare la solitudine, quando chi amo era via, nei pomeriggi in cui lavoro, lavoro, lavoro e non arriva neanche un messaggio da un’amica, alla mattina presto e alla sera tardi, quando i conti con l’anima si fanno più pesanti. Ora questo bisogno non c’è più, ho fatto pace con i fantasmi, con il mio corpo, con la mia vita. Sono diventata grande e tante cose sono scivolate via. Mi trovo quindi a chiedermi il perché di essere nei social, di pubblicare foto, brani, sensazioni. E la domanda è ricorrente e resta lì, appesa, mentre i giorni passano frenetici. Non ho fini economici nè pretese di visibilità. Pubblico per ridere. Per far vivere Lacolli. Per diffondere cultura. Per spingere allo sport. Ma è tutto meno necessario. Triste vero che io abbia avuto bisogno della rete per buttarmi fuori? Già. Ma quando sei circondata dal silenzio e dall’idea sbagliata che gli altri hanno di te un modo lo devi trovare. Perché scrivo questo? Perché si scrive tutto e si pubblica tutto. E perché io un mio senso per i social ce l’ho. Vi invito a trovare il vostro perché tutti impariamo ad usarli e non, come spesso accade, ad essere usati.

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Adolescenza

Avere un adolescente in casa è un continuo allenamento per l’autocontrollo. L’hai creato tu, ma a volte vorresti disintegrarlo. Perché un adolescente ha il magico potere di farti incazzare come non mai e un attimo dopo sorprenderti con le intuizioni della sua età. Con la sua creatività. Con la bellezza di un periodo che è cambiamento continuo. Lo guardi e non ti sembra vero che quello spilungone brufoloso sia proprio uscito da te. Lo riempiresti di baci. E un attimo dopo sputi le tonsille a furia di urlargli dietro. Perché è disordinato. Perché ti sfida. Perché fa esattamente il contrario di quello che gli consigli. Una psicologa mi ha detto che hanno bisogno di sperimentare e che noi genitori dovremmo essere come materassi che si adattano a loro, fermi nell’educazione ma attenti ai loro bisogni. Io più che un materasso mi sento spesso un divano, su cui lui salta senza togliere le scarpe. Ma lo adoro. E se non mi fa partire le coronarie, tra qualche anno l’adolescenza sarà passata e io forse la rimpiangerò. Forse.

Abbasso la perfezione

Mi sono voltata a guardare la mia vita e ho visto una corsa. Continua. Una rincorsa per cercare di esserci sempre. Per i genitori, per i figli, per il marito, per i colleghi, per gli amici. Per tutti. E non esserci tanto per, ma esserci con tutta me stessa. Una vita alla rincorsa della perfezione. Alla soddisfazione delle aspettative. Le dannate aspettative. Brava a scuola, ma non basta. E allora bravissima. Educata e sorridente. Anche quando avevi il fanculo in canna. In orario, sempre. Mai uno sgarro o una bugia ai genitori. Nessuna droga. Nessuna pazzia. Nessuna trasgressione. Che noia? Sì che noia. Precisa al lavoro, corretta, senza fare sgambetti. Solo quello che puoi raggiungere con le tue forze. Giusto. Una vita a cercare di mettere davanti sempre gli altri. Anche quando questo vuol dire sacrificare il tempo per te stessa, le tue aspirazioni, la tua voglia di libertà. Infelice? No no, felicissima. Davvero. Perché la vita è così bella che non vale la pena di essere infelici. Però, se guardo indietro, mi rendo conto che, per quanto io abbia fatto, disfatto, rinunciato, lottato, costruito, c’è sempre un ma. Qualche cosa che non ho fatto come si deve. Il tono della voce sbagliato in quella occasione, che ha ferito chi ti stava di fronte. Un “non posso” non tollerabile da te che puoi sempre. Uno sbuffo invece di un sorriso. E sempre questa pretesa che tu sia sempre al posto giusto al momento giusto, mentre intorno a te si tollerano comportamenti pazzeschi, gesti senza senso, risposte maleducate. Ma gli altri possono. Mi sono voltata indietro. E poi ho guardato avanti. Senza correre. Nè rincorrere. Stanca di darmi da fare per arrivare ovunque. Convinta di arrivare dove io voglio andare. E se qualcuno sarà scontento, bè, pazienza.