Educatamente social

I social sono un eccezionale strumento di interazione, consentono di mettere in contatto le persone, di condividere interessi, notizie, passioni. Ma sono anche una piazza in cui emergono qualità pessime della natura umana: invidia, rancore, cattiveria. Sí, cattiveria. Spesso nei confronti di chi nemmeno si conosce, di persone che sono solo immagini, parole, video virtuali e che divengono però la scusa per far emergere un malessere interiore, a volte in modo davvero violento. Perché i social offrono lo schermo dell’anonimato, delle false identità, e dietro lo schermo di un pc o di un telefono chiunque si sente libero di sfogare tutte le proprie frustrazioni. Lo vediamo quotidianamente, nei confronti di personaggi pubblici. Ma, ci diciamo, sono pubblici e quindi devono essere pronti. Pronti a cosa? A insulti deliberati e senza fondamento? A critiche volgari e scurrili senza motivo? E poi, non sono solo i personaggi pubblici. Siamo tutti noi. Invidiati, spiati, criticati, a volte davvero al limite (o oltre) della denuncia. Cosa fare? Bè, la risposta più facile sarebbe fuggire. Stop a Facebook, Instagram, Twitter. E via libera solo ai pettegolezzi da bar di cui la rete è un amplificatore. Ma questo vuol dire mettere la testa sotto la sabbia, scappare per non affrontare. No. Io credo che si debba davvero imparare a usare i social. Ma prima di tutto imparare l’educazione. Ovunque. Reale. Virtuale. Personale. Convenzionale. Che si debba agire per una sorta di galateo anche della rete. Che non debbano essere ammessi profili falsi. Non chiedetemi come. Non lo so. Non ho una soluzione. Ma sono stata cresciuta con il principio del rispetto per gli altri. Tutti gli altri. Con l’idea che i miei problemi non debbano essere vomitati sugli altri. Che ciò che è la mia vita dipende da me e che se non va bene non sarà certo l’invidia per gli altri a farla migliorare. Che le disgrazie altrui non debbano essere mai sottolineate da un plauso. Ma si sa. Homo homini lupus. Mors tua vita mea. E i telegiornali pullulano di brutte notizie, che quelle buone interessano meno. Meditiamo su tutto questo. Seriamente. E proviamoci a cambiare. Perché i social siamo noi. E meritiamo di più.

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