La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità

Non è facile essere sinceri. Ci sono mille occasioni in cui una bugia è la via di fuga più semplice. Quella che toglie l’impiccio di una realtà troppo complessa. Che rinvia la soluzione ad un problema, una discussione, un confronto. Fin da piccoli ci abbiamo provato e tante volte l’abbiamo fatta franca: piccole bugie per sopravvivere. E sia. Poi però si cresce e le bugie diventano più grandi. Soprattutto quelle che diciamo a noi stessi. E lo facciamo tutti, anche senza accorgercene. E se non stiamo attenti, con il tempo diventano così complesse da alterare la nostra percezione del reale. Mentiamo convinti di dire il vero. Prima di non essere sincera pensa che ti tradisci solo tu, canta Irene Grandi, e non c’è frase più vera di questa. La verità è pesante ma rende liberi, le bugie sono leggere ma ci fanno prigionieri. La menzogna ci costringe ad abbassare gli occhi, la verità li fa risplendere. Non mentite mai a voi stessi. Non scegliete la via più facile. Anche se quello che vedete non vi piace per niente. Anzi, proprio per quello. Come potrete cambiare se non sapete dirvi chi siete, quali sono le vostre debolezze, cosa state combinando, che senso ha ciò che fate? Guardatevi allo specchio. Fissi negli occhi. La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Poi andate e conquistate il mondo. Liberi, veri, consapevoli.

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Amate il vostro tempo

Non mi interessa dimostrare meno della mia età. Non mi metto in competizione con chi è più giovane. Non importa se il mio viso mostra i segni del tempo. Quello che voglio è stare bene nei miei anni. Sentirmi in forma e prendermi cura del mio corpo. Essere una donna che porta bene i suoi anni. Tutto qui. Una volta avevo una pelle liscia e il culo alto, eppure ero tremendamente insicura, ipercritica, dubbiosa su tutto. Man mano che il tempo passa, arrivano le rughe, la forza di gravità si fa più intensa, la stanchezza è più palpabile. Ma io divento ogni giorno più consapevole, sicura, forte. Amate il vostro tempo, qualunque esso sia. Rispettate i cambiamenti che ogni età porta con sè. Non correte avanti e non guardate sempre indietro. La bellezza subisce infinite trasformazioni, sia quella esteriore che quella interiore. Ascoltatela. Percepitela. Fatela vostra. Vivetela.

Eclissi

La luna ci ha incantati, ancora una volta. Che fossimo in città, in riva al mare, tra i campi poco importa. Ieri sera abbiamo guardato il cielo e lei era lì, immobile, grande, rossa. Affascinante come sempre, questa volta ha indossato un abito raffinato e noi siamo rimasti a bocca aperta. L’abbiamo poi vista cambiare aspetto, lentamente e ritornare pallida e luminosa come sempre. La luna è un’amica speciale, una di quelle che non vedi spesso ma che se la cerchi ti ascolta, ti consola, ti riempie lo sguardo e il cuore. Quante volte abbiamo sognato seguendo i suoi contorni. Quante ci siamo ritrovati naso all’insù e lacrime agli occhi a sfogare con lei momenti no. Quante abbiamo esclamato “guarda che bella!” in una notte serena in cui lei riempiva la scena del cielo come una prima ballerina. Il sole ci abbaglia, la luna ci coccola. Il sole è troppo grande, forte, indiscusso, la luna è un po’ come noi. Più dimessa, riservata, semplice. Sembra appesa nel cielo per noi che, piccolini, quaggiù corriamo le nostre vite e ci dimentichiamo a volte di respirare. La luna ci osserva senza giudicare e regala la sua bellezza a chi la cerca. Influenza le nostre vite, le maree, i parti, i ritmi della natura, perfino l’umore, i lunatici ne sanno qualche cosa. Vive con noi insomma, anche se è lontana. Ciao luna, grazie per lo spettacolo di ieri sera, ci vediamo presto, tu là, io qui, in un dialogo del cuore che non avrà mai fine.

Il ballo dell’amore

Innamorata. Come un’adolescente. Come quando riempivo il mio diario di cuoricini, foto, adesivi, scritte e diventava così alto da doverlo chiudere poi con un nastro. Come quando batteva forte forte il cuore se incrociavo il suo sguardo all’intervallo o se mi diceva “ciao”. Innamorata come solo nei primi amori si può essere, in quel misto di paura ed emozione che riempie anima, cervello, pensieri. La voglia di stare sempre insieme, di condividere ogni istante. Di nuovo. Innamorata di chi amo da più di vent’anni. Dell’uomo che mi sta accanto, con cui ho costruito una famiglia, con cui divido letto, bagno, televisore, armadi. E non sono cose da poco. Di lui, che ormai davo un po’ per scontato, come tanti gesti quotidiani che la routine rende banali. Bacio. Buongiorno. Ti voglio bene. Notte. Innamorata. Di nuovo. Senza un perché. O forse perché con il tempo realizzi davvero chi hai vicino, di quale pasta è fatto, cosa avete costruito, chi siete insieme. E capisci che tutto ciò che hai realizzato in più di metà della tua vita lo hai fatto con lui accanto. Che se sei quella che sei è perché c’era lui. Perché l’amore ci cambia. Per forza. L’amore è un passo a due di ballerini che devono per forza conoscere i movimenti dell’altro e adeguare i propri di conseguenza per dare origine ad una danza armonica. Senza pestarsi i piedi. Lasciando il giusto spazio e a volte stringendosi senza respiro, come in un tango infuocato. Così noi danziamo insieme e io non sono più la stessa, e tu non sei più lo stesso. Ma mi piace cosa sono io e cosa sei tu. E mi piace soprattutto cosa siamo noi. Così mi sono trovata pazzamente innamorata di te. Guardarti e pensare “ma quanto è figo”. Sentire il batticuore se cammini accanto a me. Scriverti messaggini e nasconderli nell’agenda del lavoro. Pensare a te. Spesso. A lungo. Ancora. Dopo una vita insieme. Gelosa pure, ma senza darlo a vedere che mi prendi in giro. Innamorata. Di nuovo. Oggi mi sento una ragazzina e, forse, nel mio cuore, davvero lo sono.

L’importanza di vivere a modo nostro

Non so nulla di lui. Nulla più di quello che so di tanti statisti, uomini politici, imprenditori del passato, di cui ho letto nei libri di scuola. Notizie, azioni, frasi che hanno reso il suo passaggio in questa terra speciale e pertanto degno di essere conosciuto e ricordato. Al di là delle valutazioni, positive o negative che siano. Sergio Marchionne è questo, l’auto, la Fiat, la Ferrari. Eppure, in questi giorni, la parabola velocissima della sua malattia mi ha fatto pensare ad altro. Alla rapidità in cui tutto può cambiare. Alla fragilità del nostro essere umani. Ai tanti, troppi progetti rimandati al futuro. All’importanza di dare un senso alla propria vita, di lottare per i propri sogni, di non sedersi mai, di non trascurare ciò che riteniamo importante davvero. Ognuno di noi ha priorità differenti. Lavoro, affetti, denaro. Poco importa. L’importante è che, sdraiati in quel letto, poco prima di chiudere gli occhi, sentiamo di aver detto qualche cosa in questa vita, di aver camminato nel mondo come volevamo noi, di non aver lasciato nulla di intentato. Perché gli attori del film della nostra esistenza siamo solo noi, liberi di decidere anche sceneggiature, costumi, musiche. Solo il finale è un’incognita ma, se avremo costruito bene, sarà la degna conclusione di un film da Oscar.

Educatamente social

I social sono un eccezionale strumento di interazione, consentono di mettere in contatto le persone, di condividere interessi, notizie, passioni. Ma sono anche una piazza in cui emergono qualità pessime della natura umana: invidia, rancore, cattiveria. Sí, cattiveria. Spesso nei confronti di chi nemmeno si conosce, di persone che sono solo immagini, parole, video virtuali e che divengono però la scusa per far emergere un malessere interiore, a volte in modo davvero violento. Perché i social offrono lo schermo dell’anonimato, delle false identità, e dietro lo schermo di un pc o di un telefono chiunque si sente libero di sfogare tutte le proprie frustrazioni. Lo vediamo quotidianamente, nei confronti di personaggi pubblici. Ma, ci diciamo, sono pubblici e quindi devono essere pronti. Pronti a cosa? A insulti deliberati e senza fondamento? A critiche volgari e scurrili senza motivo? E poi, non sono solo i personaggi pubblici. Siamo tutti noi. Invidiati, spiati, criticati, a volte davvero al limite (o oltre) della denuncia. Cosa fare? Bè, la risposta più facile sarebbe fuggire. Stop a Facebook, Instagram, Twitter. E via libera solo ai pettegolezzi da bar di cui la rete è un amplificatore. Ma questo vuol dire mettere la testa sotto la sabbia, scappare per non affrontare. No. Io credo che si debba davvero imparare a usare i social. Ma prima di tutto imparare l’educazione. Ovunque. Reale. Virtuale. Personale. Convenzionale. Che si debba agire per una sorta di galateo anche della rete. Che non debbano essere ammessi profili falsi. Non chiedetemi come. Non lo so. Non ho una soluzione. Ma sono stata cresciuta con il principio del rispetto per gli altri. Tutti gli altri. Con l’idea che i miei problemi non debbano essere vomitati sugli altri. Che ciò che è la mia vita dipende da me e che se non va bene non sarà certo l’invidia per gli altri a farla migliorare. Che le disgrazie altrui non debbano essere mai sottolineate da un plauso. Ma si sa. Homo homini lupus. Mors tua vita mea. E i telegiornali pullulano di brutte notizie, che quelle buone interessano meno. Meditiamo su tutto questo. Seriamente. E proviamoci a cambiare. Perché i social siamo noi. E meritiamo di più.

L’amore e la scelta

L’amore ogni tanto ci prende e ci porta via. Dal nostro quotidiano, dai progetti che avevamo fatto fino al giorno prima, da quello che credevamo l’uomo per la vita. Succede. Anche a quarant’anni. Quando sei disillusa e pensi di conoscere la vita, gli uomini, l’amore. Quando inizi a contare le rughe, che avevi detto fino a ieri che non te ne fregava nulla, e adesso ti danno fastidio. Quando la cintura stringe in vita e stare in forma é difficile, sempre più difficile. Quando fatichi a recuperare la stanchezza di una serata o di un viaggio, non molli, ma lo senti che non hai più vent’anni. L’amore ti prende. Adesso. E non sai come fare. Sì perché è una passione così forte da sconvolgere tutto, da ribaltare tutte le priorità, quelle passioni da primo amore, baci lunghi, coccole, cuore che batte all’impazzata, pensiero unico, fisso, canzoni, attenzioni, sorrisi. Però tu non sei più una ragazzina e hai responsabilità, il tuo mondo, i tuoi figli, e questo amore caspita adesso no, che tutto navigava tranquillo, in cui gli equilibri fragili della tua vita sembravano aver trovato una quadra. Non lo vuoi tutto questo. Ma lo vuoi. Perché ti rende viva. Perché ti fa alzare la mattina con il sorriso. Perché hai voglia di farti bella. Perché la follia del momento ti inebria molto di più della placida tranquillità della routine. L’amore ti prende e tu puoi combattere. Puoi negarlo. Sì, si può. Chiudi la porta e vai avanti. Farà male, malissimo, ma se vuoi puoi allontanarlo. Puoi continuare con il tuo tran tran. Non sarà facile, ma nulla lo è nella vita. Oppure puoi lasciarlo entrare e accettare lo tsunami che si porterà dietro. Dipende solo da te. Da quello che vuoi. Da quello che senti. Siediti e ascolta l’istinto. Nulla aiuta più che ascoltare il proprio battito interno. E poi, una volta deciso, avanti tutta. Senza guardare indietro. Senza tentennamenti. A quarant’anni non possiamo più fingere di essere state trascinate dagli eventi. Decidi il tuo destino. Prendi in mano la tua vita. Scegli. Senza paura. Non sei sola, non lo sarai mai. L’immagine riflessa nello specchio sarà sempre il tuo migliore alleato, abbia fiducia in lei e sorridi. E sarai felice. Se lo vuoi, sì, lo sarai.

Jeffrey

Old Town San Diego è la parte storica della città, il primo nucleo, sviluppatosi intorno al 1830. Che a noi sembra l’altro ieri, ma per i californiani questa è la città più antica della loro storia. Tra diligenze, casa dello sceriffo, saloon, la sensazione di trovarsi in un film di Sergio Leone è facile. Il tutto con un forte influsso messicano, perché il confine è a una manciata di chilometri e a ricordarlo ci sono angoli colorati e davvero latini. Sembra un set di un film, appunto, un po’ finto, così come i personaggi che lo animano. Il migliore è senza dubbio Jeffrey, che ha un negozio di sigari, è un militare in pensione, e confesso che all’inizio lo avevo scambiato per un manichino. Eppure è vero, verissimo, e ci racconta un sacco di aneddoti sulla storia americana e sul suo negozio. Proud to be American. Alla fine mi fa pure il baciamano. Fantastico. 🔝

Surfin’ USA

San Diego e le sue spiagge. Un litorale di chilometri, tra surfisti, skateboard, musica dal vivo e tanto relax. L’oceano è freddo, mosso da onde alte e continue, in acqua solo i surfers con le loro mute. Sulla riva si gioca a football o a baseball, si corre e si respira il forte vento dell’oceano. Gli impiegati fanno qui surf di prima mattina prima di andare in ufficio, le giacche e le cravatte appese nelle automobili pronte da essere indossate dopo aver tolto la muta. Le case, che si affacciano sulla spiaggia, hanno tutte una veranda in cui si griglia la carne, si beve, si ascolta musica, non di rado coinvolgendo chi passa per strada. Perché gli americani sono così. Caciaroni, sempre pronti alla battuta e alla risata, culturalmente meno preparati di noi ma dotati di un senso civico da cui avremmo molto da imparare. Il litorale del sogno americano è questo, in cui è facile, facilissimo sentirsi a proprio agio. Per chi ama il cinema, tappa obbligata è Coronado, il cui splendido hotel in stile liberty ha ospitato scende del film “A qualcuno piace caldo” con Marilyn Monroe, Jack Lemmon e Tony Curtis. Ma soprattutto Coronado è un luogo magico, di classe, elegante, e passeggiare sul suo litorale vuol dire tuffarsi in una atmosfera ovattata, lontano da tutto, in cui gli occhi scorgono solo cose belle: palme, mare, spiaggia bianca e finissima, ordine, pulizia. Ecco, ci vorrebbe un penna, dei fogli, un tavolo, una veranda a ripararmi dal vento. Per scrivere tutte le storie che porto dentro e che, ne sono sicura, qui prenderebbero vita. Chissà. Magari. Un giorno….

Top Gun

Ero una ragazzina. Frequentavo la seconda media. Il prof di inglese entrò in classe una mattina e disse che ci avrebbe portato al cinema a vedere un film in lingua originale. Chissà che noia, pensai, non capirò nulla e sarà uno di quei film in costume, ambientati nell’800 inglese. Invece il prof ci disse che avremmo visto un film sui piloti americani, roba di guerra, pensai, che palle. Ma almeno avremmo perso la mattina di scuola. Alla seconda scena, avevo cambiato idea. Alla terza, il prof di inglese era diventato il mio mito. Il film era Top Gun, uno dei miei cult, con un cast da paura, Tom Cruise, Val Kilmer, Kelly McGillis, Meg Ryan..quella volta non capii una parola, solo Yes, Sir, ma mi piacque un sacco. Vuoi per la colonna sonora, vuoi per i muscoli nella partita di beach volley, vuoi per il sorriso di Tom Cruise, per la mia passione per la velocità. Insomma per anni ho avuto il poster di Top Gun appeso in camera e ho rivisto la pellicola infinite volte. Oggi sono entrata nel film. Un sogno. Qui, a San Diego, dove è stato girato 32 anni fa. Prima sulla Midway, la portaerei, e poi al Kansas BBQ, il bar dove vennero girate le scene del pianoforte e quella conclusiva del film. Adesso non vedo l’ora che esca il sequel. Perché anche io, come Maverick, “sento il bisogno, il bisogno di velocità”.