Natale anche no

Questo è per te, che queste festività avresti volentieri voluto evitarle. Perché a Natale è tutto più difficile se le cose non vanno nel verso giusto. Se la vita ti ha fatto uno sgambetto e il dolore ha bussato alla porta. Salute, amore, lavoro, no non è l’oroscopo di Branco ma solo uno dei motivi per cui il brindisi anche no quest’anno. Perché se le tue giornate si sono tinte di nero per una malattia, per la sofferenza di chi ami, per la fine di un sentimento, per il disastro di un progetto, ecco se l’ultima cosa che hai voglia di fare è sorridere, tutta sta gioia, amore, peace and love diventa insopportabile. Che purtroppo la vita non segue il calendario e, anche se è Natale, lei alterna gioie e dolori, senza senso, senza preavviso. E noi qui a provare a tenere botta. A sorridere anche quando non va, ad impacchettare regali che butteresti dalla finestra tanto ti frega quest’anno, a mangiare e ingrassare, pronti ad arrabbiarci doppiamente una volta passate le feste, che un conto sono i chili in più nati dalla gioia, un conto quelli per dovere di presenza. Ecco sì stasera queste parole sono per te. Non per consolarti o per dirti che tutto passa, altra frase odiosa che quando ci sei dentro sa molto di commiserazione. No. Solo per dirti che ci sta tutto. Il giramento di scatole, la voglia di spaccare tutto, di dare fuoco all’albero, di gettare le palle, i fiocchi, i sorrisi, pure Last Christmas di George Michael. No, va bè, forse George Michael no dai, lui possiamo salvarlo. Ci sta tutto. Però ricorda che per ogni dolore c’è almeno un momento di felicità. Solo che la felicità non la vediamo, non la ricordiamo e la diamo per scontata, il dolore ci spacca dentro e non lo dimentichiamo mai. E allora siediti davanti all’albero che hai appena distrutto e pensa a tutti i momenti felici. Tutti tutti tutti. Sforzati. Vedrai che ti verrà da piangere. Ma saranno lacrime miste di dolore e di gioia. E questo sarà già un passo avanti, meglio dei sorrisi finti e del dolore celato. E se non serve fatti un bicchiere di vino rosso, o bianco, come vuoi, e brindando a te stessa ricorda che la vita è stronza, ma tu lo sei di più 😉

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Chi si accontenta gode

Non si è mai davvero felici finché non si impara ad accontentarsi. Del lavoro interessante e magari anche ben remunerato, anche se non è quello dei nostri sogni. Dell’amore quotidiano e tranquillizzante, anche se non è Brad Pitt e a volte che noia che barba. Della nostra casetta fatta di ricordi, di angoli familiari e del profumo tutto suo, anche se non ha sauna, piscina e una vetrata sul mare. Di un fisico ancora passabile e in forma, anche se vorresti un sedere immune alla forza di gravità, un vitino da vespa e le braccia senza effetto tendina. Delle rughe che dicono di espressione, che al mattino sono anche passabili e alla sera andrebbero invece stirate con la vaporella. Della vita piena di interessi, contatti, amore, musica, parole, anche se manca sempre qualcosa, quel dannato qualcosa che rende non pienamente soddisfatti. Anche se forse è proprio quello che spinge a inventarsi ogni giorno, a non sedersi, a rinnovarsi. Volli, volli, fortissimamente volli. O Colli, Colli, fortissimamente Colli. E provateci voi ad accontentarvi. Che io, nonostante l’impegno, davvero non ci riesco.

Sensi

La pelle non mente mai. Neanche l’olfatto. Non parliamo poi del gusto. Insomma i sensi non ti fregano. Devi solo ascoltarli e non fidarti solo del cosiddetto sesto senso carico di preconcetti, supposizioni, etica e morale, che il più delle volte ti fa buttare via le occasioni migliori. Ascoltiamo i suoni, i sussurri, le vibrazioni. Guardiamo il cielo e le sue infinite sfumature, i particolari di un corpo, le pagliuzze giallo ocra nel nell’iride di chi ci parla. Annusiamo il suo profumo, no non quello di una nota marca di eau de toilette, il suo suo, quello che ce lo farà riconoscere tra mille, la fresca fragranza del pane, la cannella dei giorni di Natale. Gustiamo il sapore del caffè, meglio se da un suo bacio, l’aroma del tabacco, il calore di un vino rosso corposo. Accarezziamo il velluto della sua giacca, intrufoliamoci a sentire la sua pelle, percorriamo con il polpastrello le linee del dorso della sua mano. I sensi non ingannano. I sensi non mentono. I sensi, i miei sensi, mi dicono che sei il suono, l’immagine, il profumo, il sapore, il brivido per cui è stata creata ogni mia cellula. E a me non resta che arrendermi a loro. Sensibilmente pazza di te ❤️

Notti

Ci sono notti in cui non dormiresti mai. E non perché non hai sonno. Anzi. Eppure la vita che ti pulsa dentro rimbomba così forte che non vuoi perderne neanche un rintocco. Tum tum tum. Sono quelle notti che seguono a giorni pieni di emozioni, di incontri, relazioni, scoperte. Sono quelle notti che precedono il realizzarsi di un sogno, il giorno della laurea, il velo da sposa, una nuova alba in un posto tutto da scoprire. Sono quelle notti che iniziano sul divano, banali, con il telecomando in mano e gli occhi che fissano il televisore senza vederlo, perché la mente è oltre, con un amore lontano eppure così vicino da sentirlo addosso. Sono quelle notti in cui la fantasia è più ricca dei sogni e allora lasci che riempia le tue vene, che si trasformi in parole sulla carta, che disegni nell’anima il tuo domani, quello che vorresti, vero, intenso, tuo tuo e ancora tuo. Sono quelle notti come questa notte, seduta qui sotto un cielo freddo di stelle congelate, gli occhi che lacrimano e le mani rosse strette al petto, a guardare in su per cercare non sai bene che cosa. Ad ascoltare. La voce che ti sale dal cuore. Che ti dice di vivere, ridere, amare, senza freno, senza paura. Quelle notti, queste notti, belle da morire.

Sensibilità

Sono un uomo sensibile. Ecco, una frase così intenerisce, commuove, addolcisce. Punto. Sì perché “uomo sensibile” è un classico esempio di ossimoro, ovvero di accostamento di due termini in contrasto tra loro. Non che gli uomini non si commuovano, non abbiamo un cuore, non provino sentimenti profondi. No no. Solo che tra la sensibilità maschile e quella femminile c’è un abisso. Stai male e lui ti bacia sulla fronte “non fare così”, e mentre lo fa segue con un occhio la partita in tv. Gli racconti dell’ultimo litigio con la tua migliore amica, seguendolo per casa perché col cavolo che si siede ad ascoltarti, e alla fine lui ti dice “mandala al diavolo è una stronza”. Piangi per un film e lui ti guarda e ride. Non sai cosa metterti alla sera e lui, invece di sedersi accanto a te e sostenerti in un momento così decisivo, ti dice “ma stai bene con tutto”. Ora, capite che la sensibilità è un’altra cosa. Quanti dedicano ancora una poesia ad una donna? Quanti una canzone? Quanti improvvisano a sorpresa cenette e viaggi? Romanticismo, altro sconosciuto. Che poi se gli dico che non è romantico, mi tira fuori l’esempio di Leopardi, che era sensibile, colto, delicato, “però dai Colli, era un po’ sfigato, no?” Uff. Per sto Natale voglio sensibilità sotto l’albero. Non scrivo tra le palle perché potrei essere fraintesa. Un pelino in più no? Voglio dire, se mi cade il fondotinta e va in mille pezzi sul pavimento e butto così via il costo di una cena, tu non puoi ridere e farmi la foto mentre pulisco, devi piangere con me ed aiutarmi a spalmarmelo sulla faccia. E poi comperarmene uno nuovo. Minimo. Questa è sensibilità. Capito?!??

Bruegel

Santa Lucia. Protettrice della vista. Ecco, cara Lucia, regalaci degli occhi che vedano la realtà e sappiamo riconoscere il bene dal male. Che vedano e non guardino solo, che imparino a soffermarsi sulle cose e le persone, e non siano velati dalla presunzione di sapere già tutto. Che ci facciano capire al volo se il belloccio che ce la batte è un classico esempio di uomo spazzatura o se invece vale la pena. Che ci mostrino sempre la bellezza dei nostri figli, dei nostri genitori e ci facciano vedere le cose davvero importanti. Gli occhi ingannano spesso, perché abbiamo perso l’abitudine a soffermarci e a guardare i particolari. Avete presente i quadri naïf? O quelli dei fiamminghi? Ecco la vera bellezza è nell’indagare tutti gli oggetti e i personaggi e la natura presente, non lo sguardo di insieme. Ecco cara Lucia dacci occhi capaci di vedere la realtà come davanti ad un quadro di Bruegel. E niente più

Natale

Natale. Tra un paio di settimane. Albero fatto, regali per questo e per quello comperati, cene aperitivi caffè e ammazzacaffè organizzati. La letterina a Babbo Natale. Ecco quella non l’ho scritta quest’anno, neanche l’ho pensata a dire il vero. Che se per te è Natale tutto l’anno chiedere ancora sarebbe un oltraggio al buon gusto. Però davanti al mio alberello qualche desiderio lo butto lì, tanto per non perdere l’abitudine. Vorrei che sulla slitta ci fosse il mio sogno di pubblicare un libro e di vederlo in tutte le librerie. E vorrei che qualcuno ogni tanto mi chiedesse come sto e se ho bisogno di fare due chiacchiere, perché la solitudine uccide e inacidisce. E vorrei che i miei figli fossero sempre sorridenti e tranquilli come in questi giorni, belli da morire e divertenti come non mai. E vorrei che lui capisse che lo amo come non mai e che senza di lui valgo meno di una lucina bruciata sull’albero. E vorrei che la donna che sono diventata fosse così forte da cancellare i sensi di colpa per il passato, perché non si può sempre viaggiare con un bagaglio pesante da trascinare. E vorrei che ci fosse più onestà, meno ipocrisia, meno invidia, più leggerezza, più autoironia. E poi se proprio devo dirlo vorrei la Kelly di Hermès. Tinta cuoio. Così, che se no Babbo Natale pensa che sia la sorella saggia della Colli e non voglio confonderlo in questi giorni già impegnativi per lui 😉

Pure love

Perché io ti amo cazzo. Eh lo so che ti danno fastidio le parolacce ma lasciami parlare. Siediti lì e ascoltami. Non è mica facile amarti sai? Soprattutto dopo una vita insieme. Mi viene voglia di mandare tutto all’aria almeno due volte alla settimana. Ma sì dai. Come fai a chiedermi ancora dove è il sale? È nello stesso posto da quando abitiamo qui, 15 anni. E poi riesci sempre a fare casini con i miei impegni. Perché non mi ascolti. Fai sì con la testa e pensi ai fatti tuoi. Che voglia di andarmene e stare in una beata solitudine. Lo sai vero? Ah ecco, lo sai. Ma sai anche che non vado da nessuna parte poi. Perché ti amo. Amo il tuo svegliarti la mattina e camminare ad occhi chiusi trascinando le ciabatte. Amo i tuoi baci sulla mia fronte. Amo il tuo modo equilibrato di affrontare le cose. Amo come mi ami. Amo le tue mani, lunghe e affusolate, e le tue labbra. Amo sentirti parlare, di tutto, e la capacità di saperti muovere in ogni contesto. Amo la tua follia malcelata, il tuo cuore rock, la tua passione per i viaggi. Amo ogni centimetro di te da quando eravamo ragazzini. Che dichiarazione eh? Ecco adesso puoi alzarti e andarmi a prendere il regalo di Natale. Compra pure secondo coscienza. E ricordati che l’amore va nutrito ogni giorno. Meglio se da Tiffany, Hermès o Gucci 😂❤️❤️❤️❤️

Attesa

Faceva caldo, troppo caldo. Nonostante fossero ormai quasi le otto di sera, l’aria era ancora afosa, senza un filo di vento, quasi irrespirabile. Seduta ad un tavolo di un ristorante in riva al mare, Laura si chiedeva se quella maledetta estate sarebbe prima o poi finita. Le temperature erano sempre state oltre il tollerabile, soprattutto per lei, tormentata dalle caldane della menopausa, insofferente all’aria condizionata, costretta al lavoro in quei vestitini molto chic che fino a qualche anno prima aveva adorato e che ora avrebbe volentieri sostituito con dei freschi prendisole. Il telefono, appoggiato a fianco al tovagliolo, si illuminò. Un messaggio dall’ufficio, l’ennesimo, a ricordarle di quanto fosse assurdo trovarsi lì in un giorno infrasettimanale, lontano dall’azienda che aveva fondato quindici anni prima e che era la sua unica ragione di vita. Nicolò, il padrone del ristorante, le si avvicinò posando sulla tovaglia di fiandra un calice di vino bianco. Conosceva i suoi gusti, erano cresciuti insieme su quella spiaggia, in quella baia fatta di casette colorate che al tramonto allungavano le loro ombre sull’acqua, rincorrendosi tra i gozzi dei pescatori e mangiando focaccia in riva al mare. Quel luogo era casa più di ogni altro posto, il suo rifugio nei momenti difficili. Guardò l’orologio, le otto e dieci. Come al solito era in ritardo. Suo fratello non aveva mai rispettato le regole né tollerato le imposizioni, era distratto e noncurante, millantava sbadataggine e invece era solo un menefreghista. Non lo vedeva da diciotto anni, da quel lunedì in cui aveva chiuso l’ennesima lite telefonica con la promessa che non lo avrebbe mai più rivisto, che per lei era morto. Ripensandoci si innervosiva di nuovo, non sopportava le persone rigide e irragionevoli e lui lo era stato. Aveva dato retta a quella arrivista che si era portato a casa un paio di anni prima incinta e buttato all’aria tutto il patrimonio che i genitori gli avevano lasciato, sperperando nel gioco e in una quantità di futili passatempi che lo avrebbero ridotto al lastrico. Laura glielo aveva ripetuto più volte, ma lui era parso sempre sordo ai suoi richiami e l’aveva pure truffata. Sì, era stata truffata da suo fratello. A quel ricordo prese dalla borsa il pacchetto delle sigarette e se ne accese nervosamente una. Il telefono si illuminò di nuovo. Le otto e un quarto e neanche si degnava di avvisare. L’aveva chiamata una settimana prima. Lei aveva risposto distratta senza guardare chi fosse e la sua voce l’aveva sorpresa. Si chiedeva ora perché non avesse attaccato subito, era stata tentata, ma qualche cosa l’aveva trattenuta. Paolo le aveva detto che aveva bisogno di parlarle, al più presto, e le aveva dato appuntamento lì, nel loro nido. Di sicuro aveva bisogno di denaro, si era detta, e aveva infilato nell’agenda il libretto degli assegni: l’avrebbe liquidato in fretta e se lo sarebbe tolto di torno per altri venti anni o, meglio, per sempre. Sorseggiando il vino si voltò verso la discesa che portava alla spiaggia e vide arrivare un uomo. Camminava lento e un po’ a fatica. I capelli radi, la schiena curva, una maglietta troppo larga e un paio di pantaloni tenuti su da una cintura tirata al massimo. Alzò lo sguardo e Laura si sentì mancare. Quegli occhi verdi si riflettevano nei suoi, ugualmente verdi, ugualmente grandi. Paolo avanzava a fatica e lei si sentì sgretolare dentro: in un attimo non ci furono più liti, ritardo, nervoso. Tutto il muro che si era con fatica edificata nel cuore si era frantumato in un attimo. Suo fratello non era sul lastrico, suo fratello era malato. Quando fu vicino al tavolo, sempre fissandola, si sedette accanto a lei e le prese la mano. Era fredda e scarna, lui che aveva sempre avuto una presa energica, e chiedeva calore. Laura la strinse, più forte che poteva, e rimasero lì, in silenzio, ad osservare il loro mare che si colorava del rosso del tramonto.