Nozze da favola

Sestri è un luogo magico. La baia del silenzio di più. Il suo profilo regolare, le casette che si specchiano nel mare tremolante, i flutti che si infrangono dolci sulla spiaggia, e il profumo del mare. La cornice ideale per un matrimonio da favola. In stile Beautiful. E, infatti, da un paio di anni il piccolo tratto di spiaggia che rivendico un po’ come mia perché è qui che ho trascorso la maggior parte delle mie estati, proprio qui sulla sabbia dove mio figlio da piccolo perdeva il biscotto Plasmon, per poi trovarlo due giorni dopo e mangiarlo come se nulla fosse, proprio qui dove ho dato i primi baci veri, nascosti tra le barche, proprio qui ecco adesso ci si sposa. Esattamente come Brooke le sette volte che ha sposato Ridge, le due Eric, e poi ho perso il conto. Bè come lei. Con arco di fiori freschi e la brezza lieve, che a volte sa un po’ di fogna, ma con i fiumi di profumo degli invitati non si sente, con la musica di sottofondo e i gabbiani che finora hanno graziato tutti. Solo che in California o in Messico che fosse, le spiagge erano deserte. Solo gli invitati, tutti abbronzati e bellissimi. La sposa a piedi nudi e lo sposo in completo di lino, i paggetti tutti alti uguali, e il prete figo pure lui. Che era quello di uccelli di rovo mi sa. Qui invece il matrimonio ha il pubblico delle grandi occasioni. Una folla direi. Di bagnanti in costume con il cellulare in mano per fotografare, i bambini che nuotano e si sparano con la pistola mentre loro pronunciano sì, la sciura che passa davanti al fotografo e il coccaro che urla coccobello. Però ci sta. Ci piace essere guardati. Siamo la generazione di Instagram e Facebook no? Ecco, e allora esageriamo. Primo, bandiamo la sobrietà. Perché se il tuo mito è Brooke Logan non puoi essere sobria. Ci vogliono almeno sei damigelle vestite di rosso, fucsia, giallo canarino, insomma un colore colore, che non puoi non notarlo. Poi la bambina che butta i petali al passaggio, anche se, per evitare che, dati i quaranta gradi, il petalo s’ammosci, usiamo quelli di carta. E la sposa ovviamente è arrivata in barca, con la gru per metterla dentro e poi tirarla fuori, che se vuoi arrivare dal mare devi fare come Bo Derek in James Bond, se no sembri sempre uscita da un video di Paperissima e rischi un bagno stellare, che poi davvero sposa bagnata sposa fortunata. Ed eccoci al dress code. Abito lungo, con almeno qualche brillantino, scollato in modo da non lasciare nulla all’immaginazione, e sandali taccatissimi. Spesso indecenti. E scusate ma sul tacco sono pignola, e lo spillo argentato, con i laccetti da cui trasuda il piedino di porco e la suola che riporta ancora l’adesivo con prezzo e vera pelle anche no. E spesso ho avuto l’impressione che avessero fatto una spedizione collettiva in un supermercato dei cinesi, perché tacchi così io li ho visto solo lì, vernice, lucidi, camoscio, oro, argento, rosso. Tutto purché visibile ad almeno cento metri, che ho comperato il tacco apposta mó lo devi notà. Acconciature che neanche Maria Antonietta nel massimo del suo splendore e il trionfo di coroncine, fiori, mollette, ecco le mollette, un po’ come le ginnaste dell’est alle olimpiadi ma loro sono ragazzine e in mondovisione, queste vecchie panterone del ribaltabile, che tentano gli ultimi affondi. Passa la cerimonia, passa lo shock dei look, cena sempre sotto casa. Ristorante bellissimo sulla spiaggia. E non siamo neanche al primo, che una delle panterone, che si è fatta già dieci prosecchi pensando di essere ancora all’addio al nubilato, si tuffa in acqua. Che voglio dire aspetta almeno la fine della cena, con tutto il tempo che ci hai messo a farti trucco, parrucco, tre giorni tra estetista parrucchiere e chirurgo, e ti butti in acqua tra i bimbi che giocano a pallavolo così? Per poi ovviamente sedersi a mangiare il primo gocciolante e con un asciugamano di fortuna. E le altre? Vuoi mica essere da meno? Via le scarpe, via gli orpelli, qualche uomo toglie la camicia che si è fatto ripassare apposta il tatuaggio si sa mai che nel trionfo dell’amore romantico anche lui riesca a rimorchiare. Ecco, potrei continuare. Ma davvero non riesco. Che pure la baia a un certo punto è sembrata Ostia e le nozze quelle di Jessica e Ivano in Viaggio di Nozze. Con buona pace di Andersen e del suo amore per Sestri. Che di sirenette non ne ho viste, al massimo qualche principessa sul pisello, e più che una fiaba mi è sembrato un inno al famolo strano.

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20 centesimi di secondo 

Lo guardi. Ti guarda. E’ un attimo e la prefazione di una storia è già scritta. I colpi di fulmine esistono. Eccome. Anche se il più delle volte poi ti lasciano lì stecchita a leccarti le ferite. Ma se fossimo saggi e valutassimo il prima e il poi ci perderemmo tutto il durante. E, non so voi, ma io non presto mai molto attenzione alla sigla di inizio e ai titoli di coda. Mi interessa il succo della storia, anzi la polpa, quella che ti fa volare così in alto che tutto ha un senso, che ti coinvolge e ti stravolge, che scandisce il ritmo dei tuoi giorni e che rende l’alba emozionante e il tramonto inebriante. Una recente ricerca afferma che bastino venti centesimi di secondo dopo il contatto visivo con l’altro perchè nel cervello scattino dei processi chimici che rilasciano nel corpo delle sostanze – ossitocina, adrenalina e dopamina – in grado di provocare una sensazione di benessere ed eccitazione simile all’effetto di droghe. Ecco, premesso che di chimica, matematica & Co. non ci ho mai capito nulla e non mi sono neanche mai sforzata di farlo, credo che però basti davvero un attimo. Un attimo per sentire dentro il cuore che manca. L’effetto montagne russe. Il brivido che non ti spieghi. Il freddo, il caldo, il niente fiato, il checosaèstarobachenonmispiego. Ecco non spiegartela. Che ci pensano gli scienziati e i filosofi per quello. Tu, vivila. Che venti centesimi di secondo sono davvero pochi ma possono fare la rivoluzione.

Coscientemente incoscienti 

Fine luglio. Un pomeriggio caldo in una grande città. Seduta in un ufficio come tanti anche se come tanti non è. A fare due chiacchiere con un amico di gioventù. Uno di quelli con cui hai condiviso gli esami di università, le loro difficoltà e la passione per la storia, per il passato, per la cultura. Lui che ti guarda e ti ricorda quanto era dura, essere un po’ dei “nerd” a studiare greco e latino, epigrafia e filologia. E quanto entusiasmo però ci animava ogni giorno. Non ci vediamo da 20 anni, anzi 21. È ancora lui a ricordarlo. Dall’esame di storia greca ti dice. Mamma mia. Avevo 21 anni, riccioli biondi su uno scricciolo, tanti sogni e quel pugno di amici. Che non ho più rivisto da allora. Perché ognuno ha seguito strade diverse. Scelte diverse. Eppure lui da una parte del tavolo, io dall’altra, siamo sempre quei due chiacchieroni che si passavano gli appunti, e i suoi occhi sono sempre gli stessi, la sua voce, il suo straordinario entusiasmo che l’ha portato davvero lontano. Uguale ad allora. Perché le persone in gamba, quelle davvero in gamba intendo, non cambiano. Rimangono semplici anche nella grandezza. E lui mi guarda e mi dice “Sai Cristina, erano belli gli anni all’università. Ma non rimpiango i vent’anni. Nei miei quaranta sto benissimo, perché sono più forte, più sicuro, più consapevole”. E mi sorride. Come faceva sotto i portici a Pavia. Un sorriso puro. Che riempie il cuore. Ha ragione. Questi quaranta non sono niente male. Coscientemente incoscienti, nulla più da dover dimostrare, un po’ di futuro ancora da costruire, un po’ meno energia ma una volontà mai repressa. Coscientemente incoscienti. Sì. Proprio così. 

Un sorriso, una carezza, un bacio sulla fronte 

Vorrei spiegartele le ragioni di questo amore. Perché tu non chieda più, come oggi, di fronte ad un mare di cristallo, se ancora ti amo. Certo che ti amo. Ti amo perché abbiamo percorso insieme più di metà della nostra vita, anni divertenti, anni duri, anni ricchi di progetti, di gioie e di inevitabili dolori. E in ogni scelta il tuo sorriso, una carezza, un bacio sulla fronte. Ti amo perché i nostri figli, ormai ragazzi, mi parlano di noi, del nostro imparare ad essere genitori, dei pannolini, le pappe, le notti insonni, le corse al pronto soccorso, il primo dentino, gli anni come in un frullatore e le rinunce, in fondo mai pesanti, ma pur sempre rinunce. E in ogni passo insieme a loro, il tuo sorriso, una carezza, un bacio sulla fronte. Ti amo perché eri con me in ogni esame all’università, il giorno della mia laurea, mentre mettevo al mondo i nostri figli, nel mio dolore senza fine per il bimbo mai nato, in ognuna delle sfide che mi invento per la mia insaziabile voglia di vivere e di mettermi alla prova e nelle inevitabili delusioni. E in ogni caduta e ripresa, il tuo sorriso, una carezza, un bacio sulla fronte. Ti amo, ed è banale forse, ma la vita è anche banalità, ti amo perché sei ogni giorno più bello, i capelli che da lunghi sono ora corti, un po’ sale e pepe, le tue spalle larghe e le tue mani eleganti, affusolate, la tua erre e il tuo umorismo, mai stonato, sempre pungente. E in ogni risata insieme, il tuo sorriso, una carezza, un bacio sulla fronte. Ti amo perché sei tu. Perché senza di te il mio mondo sarebbe senza colori, il mio passato senza senso, il mio presente pieno di dubbi, il mio futuro senza progetti. Non lo so se ti basta questa risposta. Dovrai fidarti di me. Ancora una volta. Con il tuo sorriso, una carezza, un bacio sulla fronte. 

Un uomo

Ho ascoltato il mare. Risuonava come un tuono dentro un arco naturale. Non aveva la pacifica dolcezza dell’onda che si infrange sulla spiaggia. E nemmeno la carezzevole melodia dello sciabordare sulla chiglia di una nave. Era forte, potente. Come il tuono che precede la tempesta. O un aeroplano che vola radente. L’ho ascoltato e poi gli ho raccontato una storia. Così, a voce alta. Seduta su uno scoglio, le spalle alla spiaggia, eravamo solo lui ed io, e la mia voce si perdeva nelle onde bianche. Gli ho raccontato di un uomo che cercava il suo destino. Un uomo come tanti, e che come tanti era alla ricerca di risposte alle troppe domande che la vita, se la ascolti, ti rivolge. Le aveva cercate le risposte. Nei libri, tanti, tantissimi libri. Nei viaggi, tra civiltà diverse, sotto la pioggia scozzese e nel deserto americano, tra i vicoli di Casablanca e percorrendo con lo sguardo le risaie di Bali. Le aveva cercate nelle donne, così complesse, affascinanti, diverse, e poi nella donna che era sembrato il pezzo mancante al suo puzzle. Nella vita, che era nata da lui e per lui, e in ogni sfumatura del sorriso che i suoi figli gli regalavano. Ma ad ogni risposta c’era una nuova domanda, ad ogni vittoria una sfida differente. E adesso era lì. Seduto di fronte al mare. Nello zaino i suoi anni, i suoi malanni, le sue esperienze, i vizi e le poche virtù. Sai, mare, quest’uomo non le aveva le risposte, così come non le ho io. Eppure davanti a queste onde tutti i dubbi sembrano svanire. Non ci sono soluzioni. No. Nello zaino di quell’uomo e neanche nella mia borsetta. Ma il mare inghiotte la paura, le domande, i se e i perché. Il mare ti risponde con il suo tuonare che copre tutto e in fondo viene a dirti che nella vita devi solo nuotare e stare a galla. Che ci sarà sempre un’onda troppo alta. O uno scoglio che non ti aspetti. Ma anche che, se non ti tuffi, non potrai mai dire di aver davvero vissuto.