Grammatica 

L’imperativo è il modo dell’amore. Amami. Baciami. Coccolami. Abbracciami. Che le mezze misure non fanno per noi. E se non vuoi, ribellati ma non chiedermi cauti abbracci, sorrisi nascosti, posso scusa vorrei. L’imperativo è il modo dell’amore. Rispettami. Perché senza rispetto non è amore, ma solo possesso. E le persone non si posseggono, non sono oggetti con cui decorare il proprio ego, e tantomeno stracci da buttare dopo averli usati per un po’. L’imperativo é il modo dell’amore. Siici. Che forse è un neologismo. Ma esserci vuol dire riempire tutti gli spazi frantumati della mia esistenza. Vuol dire presenza costante. Che non chiede permesso perché l’amore esclude tutti i conformismi della nostra società. L’imperativo è il modo dell’amore. Il condizionale del desiderio. Il congiuntivo della conoscenza, perché se già me ne sbagli due abbiamo iniziato col piede sbagliato. L’indicativo della certezza. Con cui ci si guarda allo specchio al mattino e ci si riconosce. Piena di dubbi ma sono. Non vorrei sarei saprei, voglio sono so. La grammatica serve anche a questo. A definire i contorni del nostro io e a renderlo tangibile attraverso le parole, quelle giuste. Pensateci. È un imperativo, naturalmente….

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Grovigli 

Mattine in cui il senso non lo trovi. Siedi lì, all’alba, davanti al tuo caffè latte e al libro di turno e potresti essere ovunque e in qualunque stagione. O forse non sei da nessuna parte. Troppi pensieri. Eppure non riesci ad afferrarne nessuno. Provi a scrivere, a razionalizzare. Razionalizzare, facile a dirsi. Ma nella babele delle emozioni escono solo idee confuse, decisamente stonate, impoverite dall’inchiostro e dalla carta. E allora, ancora una volta, mentre il sole sorge e la luce inonda la cucina silenziosa, chiudi gli occhi. Inventi una storia. La insegui nei suoi meandri fatti di gesti parole risate colori. La animi con le persone che vorresti avere accanto o con le vite rubate da qualche libro. La vivi questa storia, la riempi di tutti i pensieri che ti hanno svegliato decisamente troppo presto, la rendi la tua storia, così improbabile da toglierti ogni illusione e da restituirti la libertà. Per un po’ davvero sei altrove, e guai a interromperti, come un sonnambulo che non deve essere svegliato. Poi, pian piano, torni alla tua sedia, al tuo tavolo, alla tua mug, al qui ora. Ancora senza un senso, che il senso a cercarlo si impazzisce solo. Ancora un po’ svagata, che oggi sarai altrove. In quell’altrove che troppo spesso riempie il presente, tu, fuori razionale ordinata precisa stucchevolmente attenta, dentro un groviglio che non hai più voglia di sbrogliare. Perchè in fondo ti piace. Sì ti piace. Essere così. Aggrovigliata.