Lo stile secondo Lacolli 

Il mio articolo su stile e buon gusto su “Il Vaglio” appena uscito… 

“Parlare di moda oggi vuol dire avventurarsi in una giungla che include tutto e il contrario di tutto, in cui il buon gusto sembra lasciare il passo alla trasgressione e l’originalità è spesso confusa con l’eccesso, il kitsch, il facciamoci notare in un modo o nell’altro. Oggi la globalizzazione vale anche per la moda, in cui si mescola la scarpa Chanel, il jeans a vita alta anni ’80, il pellicciotto ecologico delle lotte animaliste anni ’90. Eppure ci sono stati anni in cui la moda era univoca e vi erano trend in e trend out, senza eccezioni alla regola. Ma cominciamo dalle basi, nel tentativo (volutamente ironico) di mettere un po’ di ordine nel significato e nel senso di moda. Il termine moda, inteso come foggia corrente nel vestire, come modo collettivo di vestirsi, nasce nel 1842 come traduzione dal francese mode, al posto di maniere e façon, per indicare uno specifico tipo di abbigliamento. Secondo il Dizionario Garzanti è “l’usanza più o meno mutevole che, diventando gusto prevalente, si impone nelle abitudini, nei modi di vivere, nelle forme del vestire”: in sostanza il gusto, che è una evidente espressione di un orientamento individuale (buono o cattivo che sia…), deve in ogni caso confrontarsi con un sistema di regolamentazione sociale che definisce ciò che in un dato periodo e luogo può essere considerato moda. E di moda può essere un prodotto, un servizio, un comportamento, che in un certo momento ha raggiunto un apprezzamento diffuso da parte di un determinato pubblico e in un determinato contesto geografico o socio-culturale. Se restringiamo il campo all’abbigliamento, l’inventore dell’alta moda è considerato un sarto inglese, Charles Frederick Worth, che lavorava a Parigi e che nel 1894 ebbe l’intuizione di presentare una collezione di vestiti indossata da modelli in carne ed ossa, di fronte ad un pubblico di clienti: la prima sfilata di moda. Il vestito divenne da quel momento un oggetto del desiderio, perché nell’acquistarlo si ricercava anche l’eleganza e il portamento che le modelle avevano durante le sfilate. Nasce così lo stile, diverso da sarto a sarto; e negli anni si affermano gli stilisti che ancora oggi sono considerati icone del buon gusto: Coco Chanel, Yves Saint Lauren, Paul Poiret. A partire dagli anni ‘50, poi, l’haute couture viene affiancata dal Prêt à porter, ovvero la moda prodotta in serie e a prezzi più accessibili; nello stesso tempo anche il pubblico più giovane viene coinvolto in questo sistema, prima inaccessibile per evidenti ragioni economiche. Ed è con gli anni Ottanta che si assiste ad una globalizzazione del mercato, dei consumi e dei prodotti, con il moltiplicarsi di stilisti, case di moda, trend e mercati, che negli anni, anzi nelle stagioni, si susseguono e si sostituiscono, in una babele che lascia spazio davvero a tutti. Oggi, poi, con internet e i mercati online, tenere il passo dei trend e di ciò che va di moda è davvero difficile. Sui social come Instagram spopolano i fashionblogger, ovvero modelli e modelle che propongono il loro stile, spesso sommando suggestioni di diverse case di moda, e nel tempo creano loro stessi linee che non sono quindi come in passato frutto della creatività di un sarto, ma di un gusto imposto e spesso facilmente imitabile. Diciamocela tutta, non sempre le immagini che si vedono rispondono al buon gusto, anzi si ha spesso l’idea di un puzzle mal composto di colori e forme, e solo in rari casi originale davvero e degno di acquisto o imitazione. Pertanto a mio parere è da preferirsi la buona vecchia rivista di moda, con le sfilate dei grandi, Armani, Versace, Dolce e Gabbana, Prada, Dior, Trussardi, Ralph Lauren, Lagerfeld, Kenzo….giusto per citarne alcuni. Fatte le opportune premesse teoriche, va detto però che possiamo avere addosso tutte le firme del mondo, ma se queste non vengono accompagnate da un minimo di attenzione alle regole del buon gusto saremo sempre e comunque fuori luogo. Vediamo dunque cosa evitare, prima per le donne e poi per gli uomini, con la opportuna premessa che l’elenco è assolutamente ridotto all’essenziale, partendo da due frasi di Coco Chanel, che ognuno dovrebbe ricordare a mo’ di comandamento “Se una donna è malvestita si nota l’abito. Se è vestita impeccabilmente si nota la donna” e “Prima di uscire, guardati allo specchio e leva qualcosa”. Ecco, detto questo, è scontato l’invito a indossare pochi gioielli, in inglese less is more: in caso contrario, l’effetto statua processionale della festa di paese è scontato e sgradevole. Evitare l’eccesso nello stile animalier: le ultime collezioni moda lo ripropongono spesso, ma indossare la maglia leopardata, il pantalone zebrato e le scarpe maculate è davvero troppo: potrebbe succedere che la maglia tenti di rincorrere il pantalone perché alla fine è nella sua natura di leopardo. Per questo attenzione anche al pizzo eccessivo, che non siamo manichini di una vetrina di Burano, e all’optical senza tregua, maglia a pois, gonna a righe, giacca a rombi, che la pop art lasciamola fare a Andy Warhol. No all’intimo in bella vista, così come è meglio evitare di mostrare troppa pelle, pance scoperte, mini eccessive, canotte striminzite, a maggior ragione se non si è filiformi: sempre Coco diceva che “una donna è più vicina ad essere nuda quando è ben vestita”. Attenzione ai leggings, comodi finchè volete, ma fuori dalla palestra un vero e proprio banco di prova per cellulite e buon gusto: no a quelli bianchi, mai, no all’abbinamento con maglie corte, che stanno bene solo a Gisele Bündchen, no a motivi floreali, decorati, cinesi, che non sono belli. Punto. E poi, capitolo calze, no al gambaletto, specialmente color carne, no al collant tinta carne che fa gamba di Barbie, no ai sandali con le calze e si prega però con pedicure, no ai collant eccessivamente lavorati, vedi al capitolo leggings. Molto ci sarebbe da aggiungere, coinvolgendo make up e capelli, ma urge dare un vademecum pure agli ometti. Basti ricordare che un look naturale è sempre il migliore e, per inciso, il più difficile da ottenere: ma vale la pena tentare per evitare il look carnevale dodici mesi l’anno. Per gli uomini, alcune indicazioni scontate ma non troppo. No ai calzini corti e bianchi, e di qualunque colore coi sandali, che sarebbero pure da evitare, con e senza calza: lasciamoli ai tedeschi, che hanno costruito un must have su questo. No alle infradito in città: il beach style tanto di moda negli ultimi anni non ci piace, soprattutto se abbinato a canottiera e pantalone a pinocchietto. E che dire del pantalone in Jersey con cavallo alle ginocchia abbinato nei migliori dei casi alla t-shirt con scollo a V? Che in caso di serata importante vede sopra una giacca nera lucida slim: il look della trasmissione “uomini e donne” va evitato, sempre e comunque, che l’appellativo di tamarro è lì dietro l’angolo. Il buon gusto vorrebbe sfuggire anche la camicia a maniche corte, tanto amata dal bicipite prestante tatuato, e il cinturone con fibbia, ora per fortuna un po’ in disuso, ma ancora in auge tra i più nostalgici di El Charro: a meno che non si abiti in un ranch del Colorado, il look Old Wild West è da evitare, stivali a punta compresi. Insopportabile, almeno per chi scrive, il marsupio o la tracolla, mai mai mai, lasciate le borse alle donne, anzi regalatene a loro, che non sono mai troppe. Infine una regola base: se non sapete cosa mettere, indossate un paio di jeans e una camicia a tinta unita, un passepartout facile e a risultato garantito. 

Per cui cosa va di moda? Cosa dobbiamo indossare? La risposta è come sempre nel motto latino In medio stat virtus, nella misura c’è la virtù, semplicità e magari un tocco di estrosità negli accessori, che risaltano su un abbigliamento moderato e consentono sicuramente qualche trasgressione in più. Poi, se volete strafare, ecco alcuni must have che alleggeriscono il portafoglio,ma esaltano il gusto. Il Trench di Burberry, lo Smoking di Yves Saint Lauren, la Kelly di Hermès, la décolleté di Louboutin, i Ray Ban, il tubino nero di Chanel. 

Perché la moda passa, lo stile resta.

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