Divano

Quelle sere in cui davvero è il divano l’amante migliore. Perché ti fanno male i piedi per la tua ostinazione al tacco 12 anche quando devi fare la maratona di New York, che va bene essere figa ma adesso hai i piedi come due pagnotte e ti dico io quanto sono sexy. Perché non c’è un muscolo del corpo che non reclami, che sfinisciti in palestra, duemila esercizi, che tanto poi ti mangi un sacco famiglia di noccioline tipo Superpippo e hai voglia a fare lo squat. Perché sei stanca, terribilmente stanca. Come Atlante che si porta a spasso sto mondo malato. Stanca nel corpo e nell’animo. Di dire va bene, di sorridere a tutti, di cercare di accontentare tutti e di più, wonder woman che quando toglie il costumino ha solo voglia di un pigiama comodoso, accoccolata a piedi nudi, un buon libro e un bicchiere di rosso. Sul divano. Che da sempre raccoglie tanti pensieri, quelli della notte, quelli che non puoi e non riesci a scrivere, quelli che si nascondono dietro il tacco, i ricci, il sorriso, la vitalità. Quelli che nascono dall’acido lattico nel cuore, troppo sensibile a ogni sollecitazione. Quelli del divano sono ecco, che tante volte mi sono ripromessa di andare subito a letto per sfuggirli. Ma non ci riesco. Sono la mia essenza. Sono il buio che rende così abbagliante la luce dei miei giorni. Sono le lacrime che fanno i miei sorrisi così aperti. Sono lacolli, un puzzle complicato in cui manca comunque sempre un pezzo. 

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Uomini

In un mondo distratto e superficiale esistono quegli uomini speciali che ti fanno sentire donne speciali. Quelli che ogni mattina, assonnati, spettinati, rallentati come solo gli uomini possono essere, ecco trovano la forza di dirci ciao amore. Quelli che ti telefonano poco ma quando lo fanno è sempre e prima di tutto per chiederti come stai e lo fanno con quel modo gentile che accarezza l’anima. Quelli che dopo una serata tra amici o una giornata in mezzo alla gente ti vengono vicino e ti sussurrano che sei la più bella di tutti. Quelli che tutte le sere prima di dormire ti abbracciano, ti baciano sulla fronte e ti ringraziano per essere la loro donna, e ti strappano una lacrima di puro amore. Quelli che hanno mille difetti, che si dimenticano gli appuntamenti, che a volte gli tireresti il collo, ma ogni compleanno, ogni anniversario, ogni volta che non te la aspetti non fanno mai mancare un fiore. Quelli che amano i vostri figli quasi più di te, che hanno valori solidi, che ti lasciano libera ma ti fanno sentire che sei loro. Quelli che quando li guardi ti trovi a pensare che sono decisamente fighi, anche dopo tanti anni, e che devi aver fatto davvero qualcosa di buono in una vita passata per meritarteli. Ecco, esistono. E sono la felicità.

La delusione

La delusione. Incredibile come riesca ancora a sorprendermi delusa per gli altrui comportamenti. Quante volte ho detto allo specchio che non mi sarei più fatta fregare. Perché la delusione è un sentimento che riguarda solo noi stessi. Gli altri in fondo sono un corollario. Siamo noi a caricarli di aspettative, doti, speranze. Loro sono semplicemente se stessi. E quando il velo crolla e apriamo gli occhi ci sentiamo terribilmente stupidì. Il nostro ego così ferito, l’autostima a terra. Errore di valutazione. E gli errori nel nostro mondo si pagano. Con l’ennesima cicatrice sul cuore, tanto più dolorosa quanto più alta era la considerazione per l’altro. Inguaribile illusa. 

Baci

Che davvero non c’è storia. Ci sono dei baci che tatuano l’anima di mille colori. Quelli in cui vorresti non finisse mai perché sono come un bellissimo viaggio mano nella mano con chi ti sta di fronte. Quelli che ti lasciano senza forze, senza fiato, senza pensieri come se avessi corso una maratona. Quelli che neanche ti aspetti o ti sogni perché il pensiero non li sa immaginare e nessuno te li riuscirà mai a raccontare. Quei baci. Unici e rari. Gli altri sono un grandissimo dono, ma questi sono davvero una delle emozioni per cui vale la pena vivere…❤️

Mezze stagioni

No, non ci sono più le mezze stagioni. Dopodomani sarà inverno, almeno a sentire i meteorologi. Ma ancora per domani potrete sciabattare in infradito shorts e canottiera, con buona pace del buon gusto che in estate chiude un occhio, anzi due, e si mette pure gli occhiali scuri. Giovedì dunque inverno, a dispetto del buon caro autunno, le foglie dei platani accartocciate con cui abbiamo tappezzato cartelloni e quaderni alle elementari, quando ancora si chiamavano così, perché si imparavano le cose elementari. Poi alle medie quelle più difficili e alle superiori ci andava chi si voleva fare un paiolo così. Ora è primaria, secondaria di primo e poi di secondo grado, che non si capisce più un tubo, che mio figlio fa il primo anno della secondaria di primo grado e quando ho finito di dirlo è già in seconda. Comunque le mezze stagioni non ci sono più. Neanche le mezze età. Una volta si era bambini, adolescenti, uomini e donne maturi, anziani. Ora si passa dall’adolescenza, che dura suppergiù fino ai 60 anni, alla vecchiaia, oooops alla terza età. La mezza stagione, la maturità, si salta. Così non si matura ma dopo una lunga gestazione adolescenziale si appassisce e bon. E ho scritto 60 anni ma c’è chi arriva ben oltre. Le mezze stagioni. A Natale si mangiavano le arance, a Pasqua le fragole, a ferragosto l’anguria. Ora a Natale una bella Macedonia di fragolone dopate non può mancare e d’estate la spremuta dà vitamine. Non ci sono più le mezze stagioni. Si stava meglio quando si stava peggio. Il fieno e la paglia maturano le nespole. Ma soprattutto al temp e ‘l cü al fa mel vöra lü…

Parole

Fate attenzione alle parole. Escono facilmente e sembrano svanire nell’aria. Eppure non è vero che verba volant. Le parole sanno essere pesanti come macigni. Belle o brutte che siano. Si depositano nell’anima e non lasciano scampo. Voi non lo sapete ma una sfumatura, un aggettivo, un verbo hanno innescato un domino di cui siete responsabili e che talvolta lascia segni indelebili. Fate attenzione alle parole. Non sprecatele e sappiate misurarle. Che una volta uscite non tornano più indietro.

Tutto passa

Non è vero che tutto passa. No no. Alcune cose ti restano dentro e più cerchi di allontanarle più scendono in te in profondità e non se ne vanno più. Meglio dunque farle proprie, persone eventi sentimenti e andare avanti. Perché loro non passano ma tu puoi sorpassarle spingendo l’acceleratore. Guardarle. Sorridere. E via. 

Silenzi

Talvolta perdi le parole. E non perché non sai cosa dire, ma perché hai troppo da dire. Le lettere le frasi i verbi si aggrovigliano dentro e quando le metti in fila compongono un discorso bellissimo. Che però resta dentro. Non esce. Come se le corde vocali si rifiutassero di lasciarlo libero per non perderlo. E così, invece di quella melodia, dici stupidate e frasi banali, scontate, che non ti appartengono. Anche il linguaggio indossa la sua maschera e al solito fa danni. Esce una lei che non sei tu e che non ti piace. Molto meglio il silenzio, il caro vecchio silenzio dimenticato da tanti, che invece di horror vacui dovrebbe sapere di saggezza. Si perdono parole e silenzi, ne escono lettere vuote. E allora vuoto ti senti un po’ anche tu. 

Abbagli

Ho frainteso l’amore. Non ho capito un tubo. Non che ne sia mai stata esperta, nooo, ma proprio ho preso un abbaglio. Io credevo che l’amore fosse guardare un tramonto sul mare e nel momento stesso in cui il sole cambia tutti i colori delle onde desiderare con tutta te stessa che lui fosse con te. Io credevo che l’amore fosse guidare ore e ore solo per un brindisi insieme, un bacio, un sorriso, un abbraccio, e niente di più, che il viaggio verso il tuo lui è la sensazione più adrenalinica e inebriante che ho provato. Io credevo che l’amore fosse addormentarsi mano nella mano, tappargli il naso se lui russa, preparare il caffè al mattino tutti i giorni all’alba anche se potresti svegliarti un’ora dopo, perché sbadigliare insieme la mattina è una consonanza di sentimenti. Io credevo che l’amore fosse toccarsi, cercarsi, aversi, dare la vita, crescere i figli, litigare, fare pace, tanta pace. Io credevo insomma che l’amore fosse dare dare dare, e vivere sulla pelle ogni attimo che lui ti dona, che tu gli doni. E invece quello che vedo intorno non assomiglia molto a questo. Prendere prendere prendere. Senza poesia, musica, colori. E dopo un po’ di prendere la stessa roba si è stufi e si cambia. Altro giro altro regalo. Sì, non ho davvero capito un tubo.