Collant

Cambio armadi. Il mio dura un paio di mesi. Alla prima giornata di sole di febbraio inizio a pensare che è ora di lavare i piumini. Temporeggio solo perché lo sguardo di sufficienza del mio lui mi spinge a evitare discussioni. A marzo però non resisto. Via le sciarpe, i cappotti, i giacconi, gli stivali. E se fuori nevica amen, mi vestirò a cipolla. Con il rischio di sembrare l’omino della Michelin perché di strati devo farne cinque. Fine marzo e già il collant comincia ad essere insopportabile. Premetto che anche a meno trenta il collant é insopportabile: antiestetico, scomodo, pruritoso. Sì, pruritoso, e qualcuno avverta l’Accademia della Crusca che lacolli ha un neologismo fresco fresco. E poi il collant basta uno sguardo, giusto toglierlo dalla confezione, e ha già dieci fili tirati. No, non ci piace. Come non mi piace il cassetto delle calze, il primo ad essere sistemato ed epurato dall’inverno. Che quando lo apri devi indossare la tuta dei Ris e armarti di pazienza, che tanto non c’è un calzino che paia con un altro nè un collant in sesto, ma un tot di confezioni aperte e il caos sovrano. Però sopravvivi. Sì perché nell’ansia dell’ordine, prima di sistemare i maglioni, ti dedichi all’intimo. Che col cambio armadi centra un tubo, ma oggi va così. Il mio cassetto dell’intimo. Dimenticate Victoria Secrets, guêpière, sottovesti. No no, easy e veloci, intimissimi di tutti i colori, peccato che tutto sia mescolato come in un quadro di Pollock. E che anche qui manchi sempre qualcosa. E che per trovarla si butti sempre tutto all’aria. E che in quel momento entri lui e ti trovi seduta per terra tra reggiseni e autoreggenti. Con lo sguardo corrucciato e l’espressione di chi non ce la può fare. E per aiutarti scoppia a ridere. Vent’anni che sistemi cassetti senza arrivare a un dunque. I miei cassetti sono come la mia vita. Un caos. In cui però mi sforzo di fare ordine. E nel tentativo perdo sempre qualcosa però riesco sempre a strappargli un sorriso. E vi assicuro ne vale la pena.

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Rinascita

Primavera. Oggi più che mai. Aldilà di equinozi solstizi pleniluni e stelle comete. Perchè questa mattina ha davvero il sapore fresco della vita che rinasce. E allora via. Caffè, rossetto rosso, tacco 12. I miei anabolizzanti di fiducia, che se ti senti figa sei già a metà dell’opera. Anche se il lunedì é sempre un incubo e al solito ti maledirai perché sei qui seduta a scrivere e al solito arriverai in ritardo. Davanti al timbratore non troverai il badge, timbrerai uscita invece di entrata, ti cadranno le chiavi e già ti va bene se non ti si aprirà la bottiglietta dell’acqua per un effetto bagnato del contenuto della tua valigia quotidiana. Con il messo che, guardandoti, scoppierà a ridere. Come tutte le mattine. Perché tu sei così. E oggi ancor di più lo sei fiera di esserlo. Buona primavera miei cari….

Oggi

Giorni in cui davvero non ce la fai ad accettare lo status quo. In cui ti senti più che mai un pesce fuor d’acqua. In cui la volontà di essere carina, accomodante, disponibile, è rimasta sotto le coperte dove avresti dovuto essere anche tu. Perché una giornata di sole così merita di più. Perché tu meriti di più. È forse è davvero ora di crederci.

Uomini

E io invece oggi la nostra giornata la voglio dedicare agli uomini. A quelli che ci hanno fatto battere il cuore per il primo bacio. A quelli che ci hanno regalato l’emozione di un biglietto sotto il banco o nella cartella. A quelli che ci rispettano e sorridono con noi. A quelli che ci hanno regalato la gioia di essere madri, perché padri e figli. E di essere figlie ribelli. A quelli che ci sono vicini ogni giorno e ci sopportano, volubili, isteriche, mestruate, insoddisfatte, spettinate. A quelli che ci guardano incantati e ci fanno complimenti, anche quando non ce lo aspetteremmo proprio. A quelli che ci sono, anche quando diciamo di non volerli. Perché in un mondo dove la violenza è dietro ogni angolo, l’abbraccio di un uomo così ti fa sentire donna più di qualsiasi tacco 12.

Panda

Sabato mattina. I vicini ti hanno svegliato all’alba di una giornata che avresti passato volentieri nel letto. Piove e fa freddo. Lo specchio rimanda l’immagine delle tue occhiaie. Che non sono occhiaie ma la parabolica di un circuito di formula uno. Occhiaie, brufoletti da adolescente con le rughe, colorito verdastro. Che almeno Fiona in Shrek viveva in un mondo di favola, mentre tu metti fuori la testa e ti viene lo sconforto. Torni nel letto, e lo guardi. Lui ti guarda e nella penombra ti dice come sei bella…ora, già sei girata stamattina, le prese per il culo no. Perché è evidente che lo dice così, tanto per, perché il concetto di bello è soggettivo ma non fino a questo punto. E glielo dici, seccata pure. Lui si stiracchia, ti guarda di nuovo e ripete, per me lo sei. Che non hai mai capito come loro riescano ad andare oltre il trucco. Voglio dire, ci infighettiamo, trucchiamo, vestiamo e siamo passabili. Poi, quando il dischetto di cotone si porta via il trucco, i capelli si arruffano, su il pigiama accorciato dai troppi lavaggi…bè un’altra persona. Simpatica forse, bella no. Eppure per loro rimani bella. Che gli piaci da battaglia per uscire, ma anche leggings e maglietta sporca di sugo con il mollettone in testa. Fa riflettere no? Sempre cosi critiche noi. Troppo magra, poi troppo bassa, uhhh le rughe, che schifo di capelli, ecco il tronchetto mi taglia la gamba, ore di palestra e il culo cede, cosa mi metto? Tanto faccio schifo uguale…ecco così, in ordine sparso. Gli martelliamo le parti basse e non abbiamo capito un tubo. Che gli piaciamo comunque. E al diavolo i presunti canoni. Per un giorno vorrei gli occhi di un uomo, per vedermi, per vederci. E una volta per tutte sorridere davanti a sti occhi da panda della Lomellina…

Cambiamenti

Mattinata lavorativa lunga e faticosa. Di quelle in cui un problema chiama un altro come le pedine del domino. Un via vai continuo di gente e sorridere a tutti verso l’una diventa più difficile. Così quando entra un tipo a fare la carta d’identità, dentro di te fai uno sbuffo che Eolo non è nessuno. Lo guardi, domande di rito, le foto le ha? Il vecchio documento? Nazionalità? Sì perché non ha nulla del buon gusto italiano, con quel maglione a righe orizzontali rosse e grigie, il gilet trapuntato e la calvizie diffusa compensata dai pochi capelli portati lunghi sulle spalle. Che non sai se gli servono per un improbabile riporto o sono il ricordo di vecchi fasti. Comunque ti dà una carta d’identità tutta sdrucita, la apri e distrattamente digiti la data di nascita. E a quel punto ti blocchi. Sì perché il nome che leggi ti catapulta d’improvviso al liceo. Un quarto di secolo fa. Lui, il più bello della scuola, il più figo, il più alto, il più cool, il più più più, e ovviamente il più stronzo. Che manco mi vedeva. Perché io ero troppo bassa, troppo grassa, troppo riccia, troppo secchia, troppo normale per lui che era il top dei top. Lo aspettavo ad ogni angolo, anelando anche solo un saluto, che non arrivava mai. E sono traumi. Adesso fanno ridere ma sono traumi. Indelebili. Tanto che anche oggi mi è mancato per un attimo il fiato. Che mica l’avevo riconosciuto. Che talvolta gli anni fanno dei brutti, bruttissimi scherzi. Coniugato? Chiedi. No, separato. Eh, bravo, avrai sposato una di quelle strafighe, alte, longilinee, trendy, trasgressive, che appena hai cominciato a perdere il vello e il ciuffo ha lasciato spazio alla piazza e la tartaruga degli addominali si é girata al contrario, ha pensato bene di trovarsi un toy boy di 25 anni e di farti ciao ciao. E vi dirò che a quel punto la mia mattinata ha cominciato a diventare positiva. Sì perché la vendetta è un piatto che va servito freddo, e cominci a prenderti una bella soddisfazione. Procedi. Professione, altezza, capelli. Qui lui fa la battuta, eh pochi, e tu lo assecondi. Ma il bello deve ancora venire. Perché lui non ti ha riconosciuto. Timbro e firma. Prende in mano il documento, lo guarda, ti guarda ed esclama Ma dai! Eravamo al liceo insieme! È vero, come ho fatto a non riconoscerti, sei sempre carina uguale. Lumacone. Sì perché oggi tacco dodici, jeans attillato, giacchetta e faccio la mia porca figura. Tu no, invece. E a quel punto ti fa il quarto grado e conclude con un dai un giorno ci beviamo un caffè insieme. Tu svicoli, ma avresti voglia di dirgli le vedi le iniziali del mio nome? Sono lì sul tuo documento, CC, col cavolo (non penso cavolo, ma se no la mamma dice che sono scurrile) col cavolo che vengo a bere un caffè con te. Neanche morta. Con quello che mi hai fatto passare. Dolore adolescenziale e turbe per anni. Ma lui insiste e te la batte un po’. Pirla era e pirla rimane. Esce e sorridi. Una giustizia divina esiste. Oggi ne hai avuto la prova.