La zia Rina

Caterina Bonacasa è stata un’artista originale e unica. La zia Rina una persona eclettica e singolare. Sicuramente un vulcano di idee, ricordi, esperienze, nozioni. Ecco cosa avevamo scritto insieme per il Vaglio nel 2009 ricordando il clima di Brera nel secondo dopoguerra. È così che mi piace ricordarla… 

“Quando si è anziani, si accendono a lampi i ricordi del tempo passato, visioni lontane di noi stessi e di altri, di fatti e di emozioni, che in certi momenti giungono alla mente in modo chiaro. Essi prendono forma e rivivono, anche se hanno perso la loro freschezza.

E così, a tratti, si affacciano alla mente gli anni trascorsi come allieva dell’accademia di Brera, anni speciali perché a ridosso di un evento terribile coma la Seconda Guerra Mondiale, perché ricchi di stimoli artistici e culturali, perché fondamentali per la società contemporanea.

La mia avventura artistica doveva svolgersi in una metropoli come Milano, in un mondo strano, dove ebbi modo di incontrare personalità famose o che lo sarebbero presto di ventate.

Allora, in Lombardia, l’unico Liceo Artistico Statale era quello di Brera. Per essere ammessi era necessario superare tre prove: copia pittorica dal vero, decorazione e geometria. Per ogni prova si avevano a disposizione otto ore consecutive, non si poteva uscire, si portavano da casa due panini che si consumavano mentre si dipingeva. Le domande inoltrate subito dopo la guerra furono 110, per soli 30 posti disponibili; fortunatamente, nonostante fossi priva di raccomandazioni (purtroppo molto importanti in quel periodo e in quel contesto), venni scelta per formare la prima classe liceale del dopoguerra. Brera era allora il centro culturale e artistico della Lombardia, molto quotato per i famosi nomi che dirigevano le quattro facoltà: le due scuole di scultura erano dirette da Marino Marini e da Francesco Messina, assistiti da altre personalità famose, tra cui ricordo Enrico Manfrini; le due scuole di decorazione erano dirette da Giacomo Manzù e da Achille Funi; quella di pittura da Aldo Carpi, mentre non ricordo il nominativo del direttore di scenografia.

L’antico palazzo barocco, fatto costruire dai Gesuiti nel 1600 sull’area del vecchio convento degli Umiliati era sede del Liceo e dell’Accademia di Belle Arti, della Biblioteca Nazionale Braidense, dell’osservatorio astronomico e della Pinacoteca. Le aule del Liceo e la scuola di scenografia erano collocate sotto tre lati del porticato del cortile d’ingresso, ove risiede la statua bronzea di Napoleone Bonaparte del Canova. Altri cortili, come quello detto di anatomia, di scienze e dell’osservatorio astronomico erano pieni di ruderi, prodotti dai recenti bombardamenti. Per liberare i cortili di queste macerie, ci vollero alcuni mesi, come pure per scaricare le opere pittoriche della pinacoteca, che erano state imballate e portate al sicuro. La prima metà dell’anno scolastico fu così disturbata da operai e camion, che andavano e venivano per riordinare tutto il palazzo. D’altra parte tutta la città di Milano era ancora invasa da macerie di palazzi crollati e non era raro incontrare anche soldati di origini lontane, come quelli indiani, che si trovavano a frequentare l’accademia per qualche mese.

L’impatto con il nuovo ambiente fu forte: improvvisamente mi ritrovai in un mondo molto diverso da quello rurale della lomellina, benchè ci fossero pochi chilometri di distanza. Molto importante era allora l’ideologia politica: dopo il 25 aprile, le piazze erano invase da comizi di cittadini che parteggiavano per varie correnti, si stavano preparando le elezioni per formare il primo governo repubblicano italiano e bisognava lottare perché non si formasse un’altra dittatura. Stalin aveva mandato i suoi adepti in Italia a propagandare la dottrina bolscevica, che nascondeva una dittatura violenta sotto un presunto benessere. Naturalmente anche Brera era attraversata da questo fermento politico: l’assolutismo ed esclusivismo sociale di Marx spinse gli artisti ad impugnare queste armi per imporre una nuova arte che fosse all’avanguardia. Si usavano metodi polemici e scandalosi, schernendo e diffamando chi aveva opinioni differenti, cercando di allontanare i docenti contrari alla politica marxista, come per esempio Francesco Messina, credente e devoto di Padre Pio. Anch’io fui vittima di professori, perché portavo il distintivo dell’azione cattolica sul bavero della giacca e non ero quindi in linea con le loro convinzioni politiche. Il professore Guido Ballo, per esempio, che insegnava storia dell’arte, mentre mi interrogava di fronte a tutta la scolaresca proclamò la sua antipatia nei miei confronti perché insistevo a portare quell’emblema religioso.

Spesso a Brera si scioperava senza un vero motivo, era quasi di moda questo atteggiamento, e gli alunni, specialmente i più giovani, erano disorientati, privi di serenità e di sicurezza, frastornati dalla propaganda del nuovo corso. I giovani artisti di Brera proclamavano elementi nuovi per un’era artistica moderna e intanto creavano il caos con gli scioperi. Erano sempre gli allievi dell’accademia a coinvolgere i più giovani del liceo, poiché si lavorava tutti nello stesso palazzo e si agiva così come un’unica famiglia. Durante gli scioperi, si oziava ai giardini pubblici o al parco del Castello Sforzesco, ove si familiarizzava con gli studenti di varie università milanesi. Durante il primo anno di liceo, in una mattinata di sospensione delle lezioni, conobbi al parco un poeta che insegnava all’università: era piccolo e brutto, firmava le sue poesie con lo pseudonimo “Marcus”. Era molto sicuro di sé per le sue capacità intellettive e per la sua eleganza nel vestire: mi dedicava continue poesie, ma non volle mai lasciarmene una, se non in cambio del suo affetto. Non l’ho più rivisto: sono ricordi lontani, foglie morte che rinnovo dalla polvere che le copre e che cerco di non calpestare per non romperne l’incanto.

In quell’ambiente strano e caratteristico dell’arte figurativa dell’Accademia di Belle Arti mi trovai tra personalità interessanti, spontanee e quasi familiari. Giovani con idee balzane, stravaganti ma che avevano in sé quella semplicità e vigoria spirituale che fiammeggiava come brace sotto la cenere. Quell’ambiente mi piaceva e valeva la pena viverci dentro, anche se la politica era per me un fardello pesante e inutile in ambiente in cui l’espressione artistica in sé avrebbe dovuto dominare. Vi erano infatti professori influenti, che proclamavano scioperi e richiedevano a noi studenti di liceo firme per allontanare i docenti che non aderivano al partito comunista. Ma vi erano anche vari giovani all’avanguardia, come Gianni Dova e Roberto Crippa, che esponevano le loro opere (o presunte tali) in un salone del bar di Brera, che si trovava a pochi passi dal nostro edificio, in via Fiori Oscuri, ove si trovava anche la latteria Pirovini, luogo del nostro pranzo frugale. Con il tempo anche questi due ambienti sono divenuti famosi, per il legami acquisito con professori e allievi di Brera, e anch’essi fanno parte della storia artistica iniziata proprio con noi allievi di Brera nell’immediato dopoguerra. Molte opere esposte nel salone del bar e acquistate a poco prezzo, sono state nel tempo rivalutate e, essendosi affermati gli autori, vendute a costi davvero alti.

Ho accennato alla latteria Pirovini, luogo che si riaffaccia alla mia memoria quando ripenso a quegli anni giovanili. Si trattava di una latteria diretta da due sorelle nubili, che preparavano un piatti di minestra per gli studenti di Brera che provenivano da fuori Milano. L’ambiente era insufficiente a contenere sedie e tavolini per tutti, per cui si sedeva chi prima arrivava, mentre gli altri consumavano il cibo in piedi. Il primo giorno in cui feci parte del gruppo che si recava da Pirovini mi trovai molto a disagio, giravo con il piatto di minestra fumante in cerca di una sedia, sperando che qualche giovanotto dell’accademia mi cedesse il suo posto. Ma la cavalleria in quei casi non esisteva, per cui mi fu detto di andare a sedermi in una stanzetta che era tre gradini più bassa di quella dell’atrio. Mi recai in quella stanza con il piatto in mano, attenta a non rovesciarne il contenuto, e fui sorpresa nel trovare dei signori che mangiavano intorno a un tavolo: quando mi videro, mi fecero accomodare tra di loro e, divertiti, mi rivolsero varie domande, cercando di mettermi a mio agio. Io ero imbarazzata: in pochi istanti trangugiai quel cibo e mi alzai per andarmene, avendo capito che erano professori, e non studenti dell’accademia. Il signore che era al mio fianco mi fermò e mi mise nel piatto delle patatine e un pezzetto di carne: io ero in imbarazzo, ma la cordialità e la solidarietà cameratesca di quei docenti mi convinsero a restare tra di loro. Quando mi alzai e mi allontanai ringraziando, gli altri studenti mi applaudirono per l’atto ardito con cui avevo familiarizzato con i loro professori. Capii allora che in quell’ambiente i gradi e le condizioni sociali non erano importanti, predominavano i valori affettivi, i sentimenti emotivi, la libertà di comportamento indipendentemente dall’approvazione altrui. Era l’ambiente perfetto per me, adatto alla mia originalità, al mio modo di sentire, spontaneo, semplice, umano.

Un altro ricordo legato a questa latteria emerge dal passato ogni volta che sento suonare una canzone di moda nel 1945 “Brasil”: nell’angusta latteria Provini, all’ora di pranzo, arrivava un povero vecchietto con il nipotino, che ci suonava la sua fisarmonica questa canzone. Poi il bambino girava con il piattello a cercare l’elemosina: se chiudo gli occhi rivedo quel vecchietto seduto su uno sgabello in un angolo e il bambino miseramente vestito che allungava la sua piccola mano in cerca di aiuto. E’ passato tanto tempo, ma è come fosse ieri, è come aprire una finestra per fare entrare echi lontani che prendono forma e rivivono nella nostra mente.

La classe I liceale di Brera dell’immediato dopoguerra era formata da maschi e femmine, che avevano dai quindici ai ventun anni. I maggiori di età erano provenienti da varie città lombarde e avevano sospeso gli studi durante gli anni della guerra, per evitare i bombardamenti delle metropoli. Dei miei compagni maschi ricordo quelli che frequentavo maggiormente per affinità di pensiero: Enrico Tovaglieri (futuro scenografo del film “L’albero degli zoccoli” e dei “Giochi senza frontiere”), Adelio Bianchi, Gelato Busconi e Aldo Ballo, fratello del prof. Guido Ballo. Tra le ragazze, ricordo con affetto Jolanda Amaducci di Cesena, Rina Colombo di Como, Maria Lazzarini di Crema, Brunislava Weeremenco, russa e di religione ortodossa, Ester Molo, ebrea, Gabriella Gabrielli. Di queste tre ho ricordi particolari per le loro vicende umane, durante e dopo la frequentazione di Brera. Gabriella Gabrielli era figlia dello scultore Luigi Gabrielli, che aveva eseguito il ritratto del generale Badoglio, il monumento della “Brigata Lupi” sul Sabottino e la statua di S. Bartolomeo che si trova sul transetto del duomo di Milano: era timida e aveva sofferto molto durante la guerra. Benché il padre fosse un bravo scultore, infatti, non guadagnò nulla in quegli anni difficili e la famiglia era costretta a mendicare il cibo ai mercati; anche in classe era isolata, perché era vestita miseramente e molto riservata: dopo il primo anno non la rividi più, perché aveva lasciato la scuola. Ester Molo era scampata alla tragedia degli ebrei, ma ne risentiva ancora le conseguenze, era timorosa e sempre in cerca di qualcuno che le difendesse, anche se non ne aveva reale bisogno. Nel periodo degli Azimi ci portava gustose gallette, schiacciate e croccanti, fatte con pane azzimo e condite con burro: se chiudo gli occhi sento ancora il sapore di questo cibo così particolare. Ci raccontava che, dopo il matrimonio con un cugino che era suo promesso sposo dalla nascita, si sarebbe recata a Gerusalemme, per formare il nuovo stato di Israele con tutti gli ebrei sparsi per il mondo. Io, allora, non capivo le ragioni di questi discorsi, ma con il passare del tempo mi sono più volte chiesta se Ester ancora esistesse e se continuava a soffrire per motivi politici, in quella terra senza pace che è la Palestina. Brunislava Weeremenco arrivò in classe a un mese dall’inizio delle scuole: aveva l’aspetto di una signorina matura, con viso e unghie dipinte, vita stretta da una cintura, lunghi capelli biondi, occhi leggermente a mandorla, naso all’insù e bocca ben fatta, alta di statura, insomma un bel tipo. Non parlava con nessuno, non conosceva bene la lingua italiana e colloquiava con i russi dell’accademia. Pian piano diventammo amiche e scoprii che, nonostante l’aspetto facesse intendere il contrario, era una ragazza seria ed equilibrata. Mi raccontò che si trovava in Italia perché il padre era un satellite di Stalin e lavorava come chimico in una fabbrica di Codogno, ove si occupava di propaganda comunista. Brunislava era una brava artista, aveva uno stile personale, fatto di segni scattanti e figure allungate: frequentandola, ebbi modo di conoscere anche gli allievi russi dell’accademia, che apprezzai per la loro squisita sensibilità e delicatezza.

I professori che insegnavano al liceo erano tutte personalità forti, con cui mi sono confrontata in modo diretto e molto stimolante. Domenico Cantatore era il professore di figura e aveva sposato la sua modella, una bella signora dagli occhi azzurri, che spesso lo veniva a trovare durante le lezioni. Lo rividi dopo dieci anni, quando era passato ad insegnare all’accademia e mi presentò ai suoi allievi, tra i quali vi era anche un padre francescano, Costantino Ruggeri, divenuto poi famoso, e con cui ebbi modo di lavorare per opere di arte sacra e finestre istoriate. Il professore mi mostrò allora i cartoni rappresentanti i fatti della vita di Santa Caterina, che egli stava preparando per delle finestre istoriate da collocare in una chiesa senese. Se avessi tenuto tutti gli schizzi che egli faceva sul mio foglio, cancellando le mie linee tradizionali, ora avrei in mano opere dal notevole valore, in quanto egli è stato catalogato tra gli artisti nazionali di un certo rilievo. Io non ero in sintonia con lo stile troppo moderno di Cantatore, non sapevo proseguire l’opera dopo che lui me l’aveva schizzata, per cui cercavo l’aiuto dell’altro professore, Silvio Consadori, più tradizionale e in linea con il mio stile. I docenti di Figura erano infatti due: Cantatori seguiva il primo gruppo di 15 alunni il cui cognome iniziava con le prime lettere dell’alfabeto, Consadori gli altri 15. Il mio professore, Cantatori, era geloso dei suoi alunni e non premetteva che noi chiedessimo consigli all’altro, per cui quando io avevo bisogno di Consadori, mi avvicinavo a Brunislava Weeremenco per chiedergli aiuto mentre lui guidava la sua alunna. Mi sono resa poi conto di avere più volte messo a disagio questo professore, sempre gentile e disponibile: quando venne a Mortara a dipingere la lunetta del portale della chiesa di San Lorenzo, andai a salutarlo e mi riconobbe subito, anche se erano passati circa vent’anni, e si ricordò dei sotterfugi che usavo per avere i suoi suggerimenti. Il ricordare quei tempi trascorsi nelle aule di Brera fu un vero piacere; lui si interessò a me, a come avessi trascorso quei vent’anni e mi confidò che la lunetta che stava dipingendo non gli piaceva, che la commissione vigevanese aveva scelto il bozzetto meno bello, e che non era quindi preoccupato del fatto che l’umidità dei vecchi muri l’avrebbe probabilmente distrutto. Era cosciente del fatto che nessun dipinto sarebbe vissuto a lungo su quei muri secolari e l’aveva anche comunicato a Don Calvi, il quale volle però ugualmente il dipinto. In questa sede mi consigliò di produrre opere in cotto per le lunette delle chiese medievali costruite con mattoni, mentre solamente quelle rivestite in marmo avrebbero richiesto il mosaico. Mi fu molto utile il suggerimento di Consadori quando toccò a me decorare la lunetta della chiesa di San Pietro in Martire a Vigevano, risalente al 1300. Negli anni di Brera, si diceva che Consadori fosse il prediletto del cardinal Montini, il quale gli ordinava opere sacre: non so se sia vero, ma proprio grazie a lui e a Manfrini ebbi modo di conoscere il futuro papa Paolo VI ed essere introdotta tra gli artisti di arte sacra.

Dopo aver consumato il frugale pasto da Provini si ritornava a Brera in attesa delle lezioni pomeridiane. Come passatempo si girava nei bui corridoi del vecchio edificio, si osservavano le statue erette su alti piedistalli che ornavano i corridoi, si andava nel reparto scenografico, che era sempre aperto. Alcuni professori, che arrivavano da fuori Milano restavano nei loro studi durante le ore del pranzo, in attesa delle lezioni: tra questi vi era il titolare di decorazione plastica, Giacomo Manzù, che qualche anno prima si era affermato con la serie dei “Cardinali” , e il titolare di decorazione pittorica, Achille Funi. Ricordo di averli visti spesso sulla soglia dei loro studi, che erano vicini, a discutere più che a parlare, era evidente che ci fosse poca armonia tra di loro. I corridoi cominciavano a ripopolarsi dopo le due del pomeriggio, specialmente quello centrale, che dava accesso alla biblioteca statale e alla pinacoteca. Mi è capitato due volte di veder passare Giorgio De Chirico: i miei compagni lo fermavano circondandolo e rivolgendogli varie domande. Egli rispondeva con poche parole, tenendo la testa abbassata e la pipa su un lato della bocca. Allora io non sapevo che fosse un famoso pittore, inventore della corrente metafisica, così mi limitavo ad osservarlo, più che ascoltarlo. Fu il primo cappellone che ebbi modo di incontrare: aveva i grigi capelli lunghi fino alle spalle, il naso aquilino, la testa sempre abbassata ed era di piccola statura.

Nelle ore del pomeriggio, dalle due alle cinque, vi erano lezioni di modellato, di copia dal vero di gessi decorativi, di copia di nature morte eseguite ad acquerello, di prospettiva. L’assistente del titolare di scultura, prof. Vitaliano Marchini, era lomellino, di Candia, e quasi tutti i giorni ci incontravamo sul treno e sul tram per recarci a Brera. Nei pomeriggi in cui vi era modellato, il prof. Cassino, così si chiamava l’assistente, mi ricordava di prepararmi in anticipo per non perdere il treno: ricordo ancora adesso come tra di noi non ci siano stati grandi dialoghi, in quanto io ero estroversa, mentre lui silenzioso, portato a fissare chi gli si sedeva di fronte e per questo per me fonte di disagio.

Lontano dagli schemi artistici tradizionali operavano due allievi dell’accademia, Gianni Dova e Roberto Crippa. Dova aveva la mia stessa età, arrivava dall’accademia romana di San Luca, era alto, biondo e bonaccione. Crippa aveva tre anni più di me, era di media statura, elegante, bianco di carnagione e nero di capelli: era uno dei caporioni dell’accademia ed era molto convinto delle sue idee politiche. Voleva che mi iscrivessi al partito comunista per fare carriera artistica, che tralasciassi le mie tendenze tradizionali per un’arte più moderna e di effetto, come riteneva lui. Era il periodo in cui egli formava quadri con uno stropicciamento di fogli plastici fissati su legno e poi imbrattati di colore; su un lato del quadro spesso metteva una grossa luna nera. Usava la tecnica dell’incollaggio, servendosi di materiali variamente sagomati, che conferivano all’opera un valore astratto. Era appassionato di aeronautica e mi diceva che, appena fosse stato in grado di acquistare un suo aereo personale, mi avrebbe portata “tra le nuvole negli alti cieli, soli, tra le luci luminose delle stelle”. Povero e caro Roberto che la tua mania per l’aviazione ti costò la vita in un incidente aereo nei pressi di Milano, in età ancora giovanile!

Pur avendo il diploma di maturità artistica, per accedere all’accademia dovetti sostenere tre prove: figura copiata da modello, decorazione e modellato. Superate le tre prove, scelsi la facoltà di scultura e la scuola del maestro Marino Marini, il quale si era affermato con la serie dei cavalli. Era più moderno di Francesco Messina, e, visto che io pensavo di esprimermi con forme più stilizzate, cercavo la guida di un artista moderno ed equilibrato. Purtroppo in quel periodo Marini era spesso all’estero, per cui chiesi a Messina se mi accettava tra i suoi allievi; in un primo momento fu negativo, poi, grazie all’intervento del suo assistente Enrico Manfrini, fui accettata. Fu un piacere lavorare con questi due artisti per la loro serietà professionale e per la loro religiosità. Messina credeva nella santità di padre Pio da Petralcina ed era diventato suo devoto, tanto da spingermi ad una visita a questo santo francescano, nonostante fossi scettica. Manfrini, invece, come ho già detto, era molto legato al cardinal Montini. Nella scuola di Marini era possibile eseguire qualsiasi forma bizzarra, anche lontana dal modello, in quella di Messina, invece, era necessario interpretare la forma in senso positivo, mantenendo l’armonia e l’unità delle parti. Marini aveva allora 48 anni, era alto, biondo rossiccio e assomigliava ai ritratti dei personaggi etruschi dell’antichità; Messina aveva 49 anni, era tarchiato, castano scuro; il suo assistente Manfrini era giovane, belloccio e buono, dallo stile più schematico e sobrio del maestro titolare, legato agli schemi tradizionali.

Terminata Brera, ho seguito la mia strada, portando avanti la mia personale idea di espressione artistica, lontane dalle avanguardie e dai loro eccessi. Tutti questi artisti, gli ambienti affollati e vitali, i giorni a tratti caotici, ma ricchi di stimoli, sono rimasti nella mia mente e ivi si affollano e mi parlano del passato, come un grande e mirabile affresco di un importante momento storico”

 

 

 

 

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