Fornelli

Amo invitare gente a cena, mi piace trascorrere una seratina intorno al tavolo in totale relax, fra vino chiacchiere e risate. Lo farei sempre, più volte alla settimana, se solo avessi una cuoca personale. Non che non mi piaccia cucinare, anzi. Compro riviste di cucina, trascrivo le ricette, chiedo alle amiche, ne parlo perfino sul tappeto in palestra. Salvo poi realizzarle davvero di rado. Colpa del tempo che manca. Colpa dei troppi impegni. Colpa dei gusti semplici dei miei familiari, che mi agevolano in una cucina per così dire più basilare. Ecco, fin qui le giustificazioni di rito. La realtà é che l’attitudine al fornello o ce l’hai o niente. Come il pollice verde. Io non ho nessuno dei due. La possibilità di sopravvivenza di una pianta nel mio quotidiano é pari a quella di un cammello al polo nord, da fantascienza. Così tra i fornelli. E non pensate che stia esagerando. La mia dolce metà non si lamenta mai, per fortuna; d’altra parte, come dice lui, al lavoro a pranzo mangia bene, primo secondo contorno frutta, ben cucinato, tanto che spesso tesse le lodi del cuoco e ogni tanto mi porta pure a casa una ricetta, chissà che impari. Bene, direte voi. Insomma, dico io, mangia in una mensa militare e ai miei tempi si diceva che il militare faceva bene perché imparavi a mangiare di tutto. Ergo, sono peggio del rancio del Soldato Jane. Che poi che mi fregano sono i tempi di cottura. Perché il tempo massimo che posso passare davanti a un fornello sono cinque minuti. Poi mi stufo e faccio altro nel frattempo. E dimentico. Ma totalmente. Le mie preferite sono le carote saltate in padella. Che a differenza che ne so delle zucchine non sono pronte subito, le devi far andare un po’, così mi dedico a fare il letto, o la doccia, oppure esco. Sì, esco con le carote sul fornello. Salvo poi ricordarmene mentre sono per strada, oppure mentre sono a messa, chissà perché quella volta al Gloria ho collegato la padella, la cucina, le carote e sono uscita di corsa, tipo Usain Bolt, peccato che lui indossi le Puma e io un paio di tacchi, ed era gennaio per cui neanche a dire di toglierli. Sono entrata in casa e avrei potuto appendere la padella tipo opera contemporanea con le verdure che erano diventati simili a bulloni, titolo i mali del femminismo, non ci sono più le donne di una volta che si alzano all’alba per cucinare il pranzo domenicale. Per non parlare della puzza. Mi aspettavo una catena umana tipo quella contro i fanghi, puzza di grimo per una settimana in tutta la scala. E vabé. Però le tavole le apparecchio bene, piatti sottopiatti candele…una vera passione per le candele. Sempre un successo le mie tavole, piene di sorprese e di suggestioni. Come quella del portacandele egiziano. A forma di abete. Che un dubbio che fosse una sola avrebbe dovuto venirmi, dal momento che sono noti i boschi di abeti sulle rive del Nilo. Molto etnico comunque, con fiamma filtrata. Peccato che il portacandelina mancasse del fondo e che piano piano, procedendo la serata, oltre ai fumi dell’alcol salissero anche quelli della tovaglia di fiandra e del mollettone in fondo. Oops.  Buchino. Buchino, no, voragine, e meno male che il tavolo é di vetro, salvata in corner. Però tanto spettacolo. Perché in fondo il piacere é nella compagnia, e la pizzeria da asporto in fondo alla via é una gran comodità, così come gli amici che si offrono di preparare mentre io accendo la musica e le candele. Ed é subito calore.  

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