Scrivo

Scrivo perché non posso fare un lavoro normale, come gli altri. Scrivo perché voglio leggere libri come quelli che scrivo. Scrivo perché ce l´ho con voi, con tutti. Scrivo perché mi piace stare seduto in una stanza a scrivere tutto il giorno. Scrivo perché posso prender parte alla vita reale solo trasformandola. Scrivo perché voglio che gli altri, tutti noi, il mondo intero, sappia che tipo di vita viviamo e continuiamo a vivere a Istanbul, in Turchia. Scrivo perché amo l’odore della carta, della penna e dell’inchiostro. Scrivo perché credo nella letteratura, nell´arte del romanzo, più di quanto io creda in qualunque altra cosa. Scrivo per abitudine, per passione. Scrivo perché ho paura di essere dimenticato. Scrivo perché apprezzo la fama e l´interesse che ne derivano. Scrivo per star solo. Forse scrivo perché spero di capire il motivo per cui ce l´ho così con voi, con tutti. Scrivo perché mi piace essere letto. Scrivo perché una volta che ho iniziato un romanzo, un saggio, una pagina, voglio finirli. Scrivo perché tutti se lo aspettano da me. Scrivo perché come un bambino credo nell’immortalità delle biblioteche e nella posizione che i miei libri occupano sugli scaffali. Scrivo perché è esaltante trasformare in parole tutte le bellezze e le ricchezze della vita. Scrivo non per raccontare una storia ma per costruirla. Scrivo per sfuggire al presagio che esiste un posto cui sono destinato ma che, proprio come in un sogno, non riesco a raggiungere. Scrivo perché non sono mai riuscito ad essere felice. Scrivo per essere felice.

(Orhan Pamuk)

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Ho incontrato il dolore

Ho incontrato il dolore. Non me lo aspettavo. Era una giornata di sole, in giro tanta gente per il mercato settimanale, il fine settimana alle porte. Avevo il cuore leggero e tentavo di vivere lasciandomi scivolare addosso il senso di inadeguatezza che spesso mi tormenta. Ero disarmata insomma, impreparata. E due occhi profondi mi hanno raccontato un dolore che toglie la pelle. Senza lacrime, senza inutili tragedie, senza perdersi in frasi fatte o in perifrasi di circostanza. Mi hanno portato nel loro dolore improvviso, quello di certe malattie che non lasciano scampo, che non chiedono permesso, che si intrufolano di soppiatto nella tua esistenza e quando ti accorgi di loro hanno già fatto man bassa di energie, di cellule, di pelle, di sangue, di tutto insomma. E di fronte a un dolore così composto mi sono sentita disarmata. Non avevo parole, io che abuso di parole. Nessuna poteva rendere lo stato di empatia che ho provato in quel momento, nessuna sfuggiva alla banalità dei convenevoli. Ho sentito la gola stringersi e gli occhi bagnarsi, come se tutto questo appartenesse anche a me, e non fosse il brano di vita di una persona che conosco, neanche tanto bene, che stimo ma che insomma non è l’amica delle confidenze. E ho capito quanto potente sia l’animo umano. Quanto straordinario sia il cuore che portiamo dentro, in grado di farci percepire, annusare, sentire, vivere i brividi di un altro e di renderli nostri. Ho amato il mio essere senza pelle, perché se è vero che sono senza difese contro l’invidia e la cattiveria di tanti momenti, è vero anche che solo lasciando entrare le sensazioni ci sentiamo vivi. O morti. Come mi sono sentita io in quel momento. Di fronte al dolore di una amica. Disarmata. Con il sole alto nel cielo azzurro, il rumore della gente, il via vai noncurante. Ho incontrato il dolore.

Fame

Affamati di vita. Mai sazi di esperienze. Sempre alla ricerca di nuove emozioni, di colori mai visti, di profumi diversi, di sapori insoliti. Mai fermi. Siamo fatti così. Noi che ci nutriamo di adrenalina e quando viene a mancare ci sentiamo persi, annoiati, svuotati. Ogni giorno è la ricerca di qualche cosa di mai esplorato e soprattutto al limite. Al limite del possibile, al limite del lecito, al limite delle nostre capacità. In amore diamo tutto e di più, non siamo quelli delle relazioni tiepide e controllate, ma lasciamo che la passione ci scorra nelle vene, facciamo follie consapevoli e poco importa se ci troveremo poi delusi in un angolo. Perché si sa, se giochi con il fuoco, va a finire che ti scotti, e quanto più sarai volato in alto quanto più la discesa a terra sarà difficile, spesso un tonfo doloroso. Ma non sappiamo essere altrimenti. Noi, con il cuore pieno di cicatrici e l’anima che stenta a contenere le tracce delle delusioni passate. Noi, che dopo essere caduti, dopo aver attraversato il dolore, dopo essere scesi così in basso da non vedere la luce, noi ci rialziamo. Noi ripartiamo. Con l’adrenalina che fa da carburante a tutti i progetti che già si affollano dentro di noi. Idee, mille idee, sogni, progetti, pensieri. Mai fermi noi. Contagiosi. Perché abbiamo voglia di vivere per noi e anche per gli altri. Anche se starci dietro non è facile, ci vuole il cuore da maratoneta e da sprinter allo stesso tempo, ci vuole resistenza, incoscienza, follia, sì follia. Noi siamo le montagne russe, di cui un po’ tutti hanno timore ma ne sono inesorabilmente attratti. Noi siamo così. Bulimici di vita. Forse sarebbe più semplice rallentare, anzi, senza il forse, di sicuro. Ma non saremmo noi stessi. E, lo ripeto, essere sè stessi è oggi la più alta forma di libertà che conosco. Liberi di vivere. Sì.

Lista

Quando la vita non gira come vorresti, siediti e prendi fiato. Chiudi gli occhi e cerca di liberare la mente da tutta la negatività che non permette di avere una visione chiara. Poi prendi un foglio e scrivi tutto quello che di positivo hai. E che spesso dai per scontato. Tutto tutto. Anche l’ultimo rossetto che hai comperato e che ti piace un sacco. Il libro che stai leggendo e che ti porta lontano. Il contorno delle montagne là in fondo, così maestose, eleganti, che ti ricordano quanto sei piccolo e quanto piccoli sono allora anche i tuoi problemi. L’azzurro del mare. Il caldo della sabbia. Il risotto allo zafferano con l’osso buco. Cose futili sì. Ma quando tocchi il fondo hai bisogno di un appiglio. Una base da cui risalire. Un particolare per cui sorridere e capovolgere il punto di vista. Hai scritto? Ecco, come vedi non è tutto un disastro. Lascia lì la lista. Domani cerca di aggiungere altro e poi altro ancora. Adesso vestiti, metti la camicia più bella, le scarpe che ami di più e indossa il sorriso delle grandi occasioni. Credici. Esci. Inventati la tua giornata. Regalati una coccola. Cucinati qualche cosa di buono. Vai a prenderti la tua felicità, perché te la meriti. Perché da sola non arriva. Perché la vita vale la pena. Sempre.

Corda

Non sono una che porta rancore. Anzi, che non so neanche cosa sia. Mi arrabbio, e anche tanto, ma tendo a trovare una riconciliazione e a passare oltre. E se ci tengo a una persona perdono, giustifico, minimizzo. Una due tre cinque dieci volte. Fino a sembrare ciula in effetti e a dare l’idea che mi si possa trattare come una pezza da piedi tanto sorrido sempre. Vado avanti così un sacco di tempo. Trovo una motivazione agli sgarbi, alle mancanze, alla superficialità, alla noncuranza nei confronti dei miei sentimenti anche per giustificare a me stessa il tempo che ho investito in quella relazione, amicizia, amore o lavoro che sia. Finché mi stanco. E a quel punto smetto di arrabbiarmi e la persona cessa di esistere nel mio mondo. La corda si rompe e la butto pure via. E incredibilmente mi sento libera e leggera, perché le giustificazioni nei sentimenti sono un fardello pesante, una zavorra al cuore. Non sento più nulla e tutto diventa parte di un passato che non può tornare. Le persone devi amarle quando le hai accanto, non quando le hai esasperate e se ne sono andate. Nulla di più vero. Non tirate la corda. Rispettate gli altri. Siate leali, onesti, sinceri. Parlate chiaramente e non prendetevi gioco degli altri. Perché pentirsene dopo ha davvero un sapore amaro.

Libertà di essere sè stessi

Ho passato una vita a sentirmi inadeguata. Le mie amiche avevano sempre qualche cosa in più di me. Più altezza, più fidanzati, più simpatia, più tette, più fascino, più più. E io annaspavo. Non le invidiavo, quello no, perché l’invidia non me l’hanno data in dotazione di serie, ma le ammiravo. Cercavo di imitarle. Mi interrogavo tutte le sere che cosa ci fosse in me che non andava. Perché non ero mai la migliore amica di nessuno. Perché venivo costantemente mollata dopo poco dal moroso di turno che avevo convinto a fatica ad uscire con me. E visto che sono una da mille seghe mentali cercavo di capire quale fosse il modo per essere come loro. Eppure mi vestivo alla moda. Ero studiosa ma perché mi piaceva e passavo i compiti a tutti. Ero piccolina ma mica male, nonostante quei ricci che odiavo in un momento in cui andavano i capelli lisci lisci. Ero complicata, sì, tanto ma con me stessa, non con gli altri. Mi sentivo lo stesso a disagio. In difetto. Anche se viaggiavo un sacco. Anche se grazie ai miei genitori mi confrontavo con persone da ogni parte del mondo. Anche se ero felice. È andata avanti tanti anni questa cosa del disagio. E infatti sono davvero poche le persone con cui ho un legame forte. Poi l’età mi ha insegnato a fregarmene. Ho imparato a stare da sola. Ho incominciato ad accettarmi per come sono. Anche se convivere con me stessa vi assicuro che non è facile. Ci litigo almeno una volta al giorno come con il più esigente degli amanti. Perché sono impulsiva, intransigente, perfezionista, insicura, ed è spesso un gran casino. Oggi però mi guardo e penso che mi vado bene così. Che ho fatto davvero tanta strada e che mi sono rialzata tante volte, sempre più forte. Che non sarò mai come le mie amiche da ragazza ma sarò io, Lacolli. E almeno non dovrò fare fatica ad esserlo. Che la vita è già così dura e non vale la pena di fingere di essere altro. Sono convinta che essere sè stessi sia la più alta forma di libertà in una società in cui la finzione è diventata abitudine. Per cui vi chiedo scusa per il carattere ma prendere o lasciare, così è se vi pare 😉

Bello

Ho trascorso due ore seduta davanti al computer litigando con un aggettivo. Bello. No, non un bell’aggettivo. Ho bisticciato con l’aggettivo bello. Troppo banale, troppo generico, troppo scontato. E allora vai di interessante, suggestivo, affascinante, gradevole, carino, magnifico, stupendo, prezioso…e così via fino alle soluzioni più stucchevoli come ben fatto. Che peraltro si riferiva a un cane e un cane ben fatto fa orrore solo a immaginarlo. Ho cercato pazientemente una soluzione che mi suonasse bene, che non fosse ripetitiva o cacofonica. Pian piano la pazienza mi ha abbandonato e alla ventesima rilettura ho sfanculato un aggettivo. Sì proprio così. Il turpiloquio ha preso il sopravvento e ho sfogato le mie frustrazioni con un aggettivo. Che poi è un attributo. E gli attributi li ho tirati in ballo oggi pomeriggio. Non begli attributi comunque. Che anche “begli” che orrore. Alla fine ho lasciato bello. Bel cane. Ha vinto lui. Ho litigato con un aggettivo, l’ho insultato e alla fine ha pure avuto la meglio. Potrei passare ore su un termine che non mi piace, perché le parole sono importanti e costruiscono la realtà. Che questo sia poi un po’ folle…bè non ho mai preteso di essere normale….😜

L’amore è un romanzo russo

Mi chiedi se penso a lui adesso, nel buio della stanza prima di dormire. Ci penso con ogni cellula del mio corpo. Ci penso anche se non voglio. Ci penso anche se non devo, perché non mi vuole più, perché forse c’è un’altra che lo diverte più di me, perché ho fatto il mio tempo e le cose finiscono. Tutte. Ci penso però. Penso a tutto l’universo che avevo costruito su di noi. Ai tanti momenti insieme, ai sogni, alle immagini, alle fantasie. Ci penso così tanto che mi sembra di impazzire e mi sento così stupida. Ci penso e vorrei tornare indietro ma indietro non si torna e io non sono più quella una volta e lui non è più quello di qualche mese fa. E come faccio adesso? Come faccio io? A fare finta di nulla. A cancellare i sentimenti. A buttare tutto nei ricordi. A vivere come se nulla fosse. Come faccio? Ci penso e questo pensiero mi succhia via tutta l’energia. Non riesco a fare nulla. Sono stanca, sempre stanca. Dimentico tutto. Ci penso e mi dico porta pazienza e ti passerà. Ma non passa e io non ho mai avuto pazienza. Ci penso e vorrei solo svegliarmi domani e rendermi conto che è stato un brutto sogno, che nulla è cambiato. Ma questo è un finale da film americano, un lieto fine. La realtà ha invece spesso epiloghi da romanzo russo, malinconici, tristi, difficili. Ci penso sì ci penso. Non sai quanto.

Noi donne

Noi donne abbiamo un’energia straordinaria. E non lo sappiamo. Basterebbe ricordarsi che abbiamo il potere di dare la vita, una magia che diamo scontata e che invece è di per sè segno di una forza unica. Noi donne nasciamo e moriamo infinite volte: alla fine di un amore, dopo una delusione sul lavoro, quando litighiamo con un’amica, al termine di una giornata che anche no. Noi piangiamo, urliamo, singhiozziamo, vorremmo spaccare tutto e magari lo facciamo, non mangiamo, ci ubriachiamo. Sfoghiamo. E la mattina dopo rinasciamo. Con mille strascichi ma lo facciamo. Con venti rughe in più ma lo facciamo. Con un mal di testa atroce ma sorridiamo. Noi donne ci incazziamo, molto. Basta vederci al volante. Ci incazziamo e ci vendichiamo. Inutile fare i perbenisti. Noi donne superiamo ma non dimentichiamo, mai. E se possiamo, la facciamo pagare. Poi abbiamo i rimorsi di coscienza ma intanto quella stronza che mi ha fregato il marito ha perso il lavoro e io godo come un riccio. È natura ragazze. Pensate a cosa hanno combinato Medea, Deianira, Clitemnestra, leggete qualche tragedia antica e poi ne riparliamo. Noi donne amiamo. Amiamo così tanto che ci scoppia il cuore. Per amore facciamo viaggi lunghi ore, non dormiamo la notte, rinunciamo ad una promozione, cambiamo colore di capelli, ci facciamo piacere la musica che piace a lui, il cibo che piace a lui, perfino il golf e le domeniche in casa a vedere la partita, mano nella mano, sul divano. Riusciamo pure a dimenticare la nostra dignità. E questo è il nostro tallone d’Achille più grave. Gli uomini ci hanno dato una costola millenni fa e noi gli regaliamo anima, cuore, cervello. Noi donne dobbiamo ricordarci che vogliamo un uomo accanto ma che non ne abbiamo bisogno, che non c’è nessuno che sia così importante da costringerci a rinnegare noi stesse, che la mattina davanti allo specchio dobbiamo piacere a noi stesse, soprattutto a noi stesse. Noi donne siamo forti. Ma ce lo scordiamo. Dovremmo tapezzare la casa di biglietti che ce lo ricordano. Dovremmo rileggere la storia di tante donne in gamba che hanno cambiato il mondo. Dovremmo analizzare una nostra giornata e renderci conto della miriade di cose che facciamo, dei problemi che risolviamo. Dovremmo essere fiere di noi. Dovremmo premiarci ogni volta che ci rialziamo dopo una caduta, un sacco di premi sarebbero. Noi donne. Noi, che non molliamo mai

Mi piacciono

Mi piacciono gli uomini semplici. Quelli con un po’ di pancetta. Quelli che non si tingono i capelli. Quelli che non si preoccupano se non ce li hanno più i capelli. Quelli che non fanno la ceretta, a meno che non siano atleti o siano affetti da irsutismo. Quelli che al primo appuntamento offrono la cena e ti aprono la portiera dell’auto. Ma che dopo un po’ di tempo accettano di fare a metà e di muoversi in metro. Quelli che ti tengono testa e vogliono sempre avere ragione, ma alzano le mani solo per accarezzarti e farti godere. Quelli che ti dicono che sei la più bella del mondo ma meglio che ti sposti che sei davanti al televisore e non vedo la partita. Quelli che ti organizzano una super festa a sorpresa per il compleanno e poi si dimenticano l’anniversario. Quelli che non ostentano, auto, orologi, vestiti firmati, perché scelgono di essere, non di apparire. Quelli che non ti mettono in soggezione, che non ti fanno sentire sempre sotto esame, che ti accettano per come sei. Anche se sei una rompicoglioni e te lo ripetono spesso. Quelli che ci sono. Quando non riesci ad aprire la bottiglia. Quando devi piantare un chiodo. Quando piangi perché la tua migliore amica è una stronza. Quando sei triste e vorresti spaccare tutto. E non sai perché. Quelli normali si siedono accanto e ti ascoltano. Pensando ad altro ma ti ascoltano. Perché ti amano. Ecco. Questi uomini sono quelli che valgono la pena. Sempre