Jeffrey

Old Town San Diego è la parte storica della città, il primo nucleo, sviluppatosi intorno al 1830. Che a noi sembra l’altro ieri, ma per i californiani questa è la città più antica della loro storia. Tra diligenze, casa dello sceriffo, saloon, la sensazione di trovarsi in un film di Sergio Leone è facile. Il tutto con un forte influsso messicano, perché il confine è a una manciata di chilometri e a ricordarlo ci sono angoli colorati e davvero latini. Sembra un set di un film, appunto, un po’ finto, così come i personaggi che lo animano. Il migliore è senza dubbio Jeffrey, che ha un negozio di sigari, è un militare in pensione, e confesso che all’inizio lo avevo scambiato per un manichino. Eppure è vero, verissimo, e ci racconta un sacco di aneddoti sulla storia americana e sul suo negozio. Proud to be American. Alla fine mi fa pure il baciamano. Fantastico. 🔝

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Surfin’ USA

San Diego e le sue spiagge. Un litorale di chilometri, tra surfisti, skateboard, musica dal vivo e tanto relax. L’oceano è freddo, mosso da onde alte e continue, in acqua solo i surfers con le loro mute. Sulla riva si gioca a football o a baseball, si corre e si respira il forte vento dell’oceano. Gli impiegati fanno qui surf di prima mattina prima di andare in ufficio, le giacche e le cravatte appese nelle automobili pronte da essere indossate dopo aver tolto la muta. Le case, che si affacciano sulla spiaggia, hanno tutte una veranda in cui si griglia la carne, si beve, si ascolta musica, non di rado coinvolgendo chi passa per strada. Perché gli americani sono così. Caciaroni, sempre pronti alla battuta e alla risata, culturalmente meno preparati di noi ma dotati di un senso civico da cui avremmo molto da imparare. Il litorale del sogno americano è questo, in cui è facile, facilissimo sentirsi a proprio agio. Per chi ama il cinema, tappa obbligata è Coronado, il cui splendido hotel in stile liberty ha ospitato scende del film “A qualcuno piace caldo” con Marilyn Monroe, Jack Lemmon e Tony Curtis. Ma soprattutto Coronado è un luogo magico, di classe, elegante, e passeggiare sul suo litorale vuol dire tuffarsi in una atmosfera ovattata, lontano da tutto, in cui gli occhi scorgono solo cose belle: palme, mare, spiaggia bianca e finissima, ordine, pulizia. Ecco, ci vorrebbe un penna, dei fogli, un tavolo, una veranda a ripararmi dal vento. Per scrivere tutte le storie che porto dentro e che, ne sono sicura, qui prenderebbero vita. Chissà. Magari. Un giorno….

Top Gun

Ero una ragazzina. Frequentavo la seconda media. Il prof di inglese entrò in classe una mattina e disse che ci avrebbe portato al cinema a vedere un film in lingua originale. Chissà che noia, pensai, non capirò nulla e sarà uno di quei film in costume, ambientati nell’800 inglese. Invece il prof ci disse che avremmo visto un film sui piloti americani, roba di guerra, pensai, che palle. Ma almeno avremmo perso la mattina di scuola. Alla seconda scena, avevo cambiato idea. Alla terza, il prof di inglese era diventato il mio mito. Il film era Top Gun, uno dei miei cult, con un cast da paura, Tom Cruise, Val Kilmer, Kelly McGillis, Meg Ryan..quella volta non capii una parola, solo Yes, Sir, ma mi piacque un sacco. Vuoi per la colonna sonora, vuoi per i muscoli nella partita di beach volley, vuoi per il sorriso di Tom Cruise, per la mia passione per la velocità. Insomma per anni ho avuto il poster di Top Gun appeso in camera e ho rivisto la pellicola infinite volte. Oggi sono entrata nel film. Un sogno. Qui, a San Diego, dove è stato girato 32 anni fa. Prima sulla Midway, la portaerei, e poi al Kansas BBQ, il bar dove vennero girate le scene del pianoforte e quella conclusiva del film. Adesso non vedo l’ora che esca il sequel. Perché anche io, come Maverick, “sento il bisogno, il bisogno di velocità”.

Angel

Oggi ho conosciuto Angel. Nel chiostro della Missione di San Diego, mi sono imbattuta in questo iguana, al guinzaglio della sua padrona. Lo teneva in braccio, con la lunga coda che pendeva, un po’ come se fosse un bimbo in un marsupio. E mi sono ricordata di anni fa, quando mi trovavo a Philadelphia per un soggiorno di studio di tre mesi. Avevo fatto amicizia con i ragazzi del quartiere dove viveva la famiglia che mi ospitava e una sera mi avevano invitato a casa di uno di loro a vedere il Football Americano in tv. Gli Eagles, per la precisione. Appena entrata nel soggiorno, mi ero trovata di fronte ad una grande gabbia, illuminata da una lampada, al cui interno c’era un lucertolone, un iguana appunto, che stava pure cambiando pelle. Donroe, il suo padrone, un ragazzone sempre bianco e rosso, lo aveva preso in braccio e me lo aveva fatto accarezzare. La repulsione era molta, lo confesso, ma visto che sono sempre stata curiosa, mi ero fatta convincere e avevo fatto amicizia con l’iguana. Che avevo poi visto tutte le volte che ci trovavamo in quella casa davanti alla tv, con Coors, sandwich, pop corn. E alle spalle un piccolo dinosauro che ci fissava. Così oggi non mi sono sorpresa. Anzi. Ho chiesto alla padrona come si chiamasse. Angel. Ovvio. Come vuoi chiamarlo un animale che sembra un drago?

Il miracolo della natura

Mission to Mars. Non so dove lo abbiano girato, ma la parte meridionale del Joshua Tree Park è davvero simile alle immagini di un pianeta lontano. Con l’unica differenza che, accanto alle rocce aride e scarne, rossicce e grigie, c’è una vegetazione che lascia sbalorditi. Cactus dai cespugli gialli e neri, i Cholla, che colorano le pendici di queste rocce e sono belli e inquietanti allo stesso tempo. Più avanti, improvvisa, un’oasi. Sí un’oasi con palme, uccelli, tanti uccelli colorati, big horn che qui vengono a dormire, roadrunners che anche questa volta non ho visto, i bee bip dei cartoni animati che ogni volta che attraverso il deserto americano spero di scorgere da qualche parte. Natura incredibile quella di questa zona della California. Scendi verso Palm Springs, oasi artificiale, Golf club, negozi, ristoranti, mall, e poi, in mezz’ora, sei di nuovo nel deserto. Imbocchiamo allora la Palm to Pine Highway. Un’ora di geografia inaspettata. L’automobile sale e in venti minuti si passa dalle palme, al deserto, alla prateria, alla vegetazione sempre più fitta, fino ai pini. Che ti guardi intorno e ti sembra di essere in Austria. Davvero. Perfino le case sono baite alpine. Poi inizia la discesa e a ritroso, abbandoni il verde, tutto diventa arido, deserto. Incredibile. A bocca aperta. La natura mi ha sorpreso, anche oggi. Senza fine.

Joshua tree

La strada. Una striscia diritta, che sale, scende, sale, scende. Dolce ma senza finire mai. A lati, la vegetazione che lentamente scompare, la prateria lascia spazio a roccia, sabbia, arbusti. La strada. Continua. Non sai se sei tu a percorrerla o lei a portarti verso la meta. Il deserto del Mojave, quello di Las Vegas per intenderci, della Death Valley. Ma noi puntiamo a sud questa volta, verso il Joshua Tree Park, noi, inguaribili amanti del rock, sulle orme degli U2 e del loro mitico album del 1987. La strada. Ci conduce tra queste piante dal tronco duro e dall’aspetto unico, chiamate così dai mormoni che popolarono queste terre a fine ottocento e che videro nei loro rami l’immagine di Giosuè che leva le braccia al cielo per pregare il Signore. Da brividi. Joshua Tree strega anche noi. Come già aveva affascinato Bono e compagni. Non solo per gli alberi, ma anche per le rocce, levigate dal vento, per i tramonti, unici e affascinanti, per il panorama che si scorge dal punto più alto, Palm Spring, Coachella Valley, e laggiù la via che porta a Los Angeles. La strada. Perché come scrive Kerouac “Dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo.

– Per andare dove, amico?

– Non lo so, ma dobbiamo andare”

Piccola piccola

La natura ci insegna che siamo piccoli. Un semplice componente di un ingranaggio infinitamente più grande. E che tutto il nostro affannarci, per quanto importante, sia una goccia in un oceano. È quello che ho pensato oggi attraversando il Sequoia National Park, toccando gli alberi più grandi della terra, passeggiando a naso all’insù. Più volte mi è sembrato che questi tronchi si animassero, come nelle fiabe, come nel Signore degli Anelli, e con una voce profonda mi raccontassero della loro storia, lunga 3-4 mila anni, di come dall’alto delle loro chiome vedano il mondo cambiare e gli uomini affannarsi per mille cose. Spesso inutili. Loro, che non temono il fuoco, il vento, gli uragani, le malattie. Vecchi vecchissimi. Eppure così solidi da comunicarti un senso totale di sicurezza, di fiducia, a dire che la terra ha tanto da raccontarci e dobbiamo solo sederci e ascoltare ogni tanto. Spegnere tutto e ammirarla. Relativizzare e smettere di pensare che tutto dipenda da noi. Chiudere gli occhi, in silenzio. Come ho fatto io oggi. Piccola piccola, appoggiata a un pezzo di legno, le mani contro la corteccia. Di fronte a un cerbiatto che brucava. Semplicemente felice

Yosemite

Oggi ho passeggiato in una cartolina. O meglio, in un puzzle. Sapete quelli che vi regalano da 3000 pezzi con un panorama mozzafiato e voi trascorrete intere serate a cercare la sfumatura giusta, il verde scuro, l’azzurro del cielo, il bianco grigio delle nuvole? E il risultato è un luogo talmente bello da essere un non luogo, un po’ finto, un po’ fiabesco? Ecco. Lo Yosemite è una continua fotografia da puzzle. Come se fossimo tutti reporter del National Geographic. Gli abeti alti, altissimi, con questi fusti che non finiscono mai. Le montagne granitiche, dalle forme più disparate, imponenti, incredibili, che se non frequentassi le Dolomiti direi che sono sculture mia viste. Le cascate, lungo queste rocce, che ci siamo divertiti a scalare, fino a pozze gelide dove immergere mani e piedi o addirittura tuffarsi, che non si dovrebbe, direbbe la mamma e dovrei dire io ai miei figli, ma quando ti ricapita di pucciare i piedi nell’acqua delle cascate più alte d’America? Gli animali, tantissimi, dagli scoiattoli che si fanno accarezzare, ai coloratissimi uccelli, ai cervi che vedi saltare ai bordi della strada, fino agli orsi e ai puma, che non ho incontrato, e forse meglio così, ma un po’ ci ho sperato. Abbiamo camminato, scalato, inseguito le aquile a naso in su, ci siamo immersi nella natura per chilometri e chilometri in auto, abeti abeti abeti, meravigliati da questa natura che non smette mai di stupire. E che rilassa e rigenera. Come scrive John Miur, che a inizio ‘900 fu uno dei primi attivisti che spinsero a preservare lo Yosemite e la Sierra Nevada

“Lascia che la pace della natura entri in te come i raggi del sole penetrano le fronde degli alberi. Lascia che i venti ti soffino dentro la loro freschezza e che i temporali ti carichino della loro energia. Allora le tue preoccupazioni cadranno come foglie d’autunno”.

Proud to be American

L’America che amo è quella lontano dalle città. Quella delle distese infinite, dei canyon, dei deserti, dei campi irrigati a perdita d’occhio, delle pianure punteggiate qua e là da ranch e da silos per l’acqua. L’America che amo è quella conquistata dai pionieri, dai cercatori d’oro, sí da quei delinquenti pronti a tutto, in cerca di fortuna, in fuga dalla miseria, avanti, sempre avanti, verso ovest. L’America che amo è quella degli indiani e delle loro tradizioni, difese con i denti, tutelate con dignità, riconquistate pian piano e palpabili in ogni angolo di quelle che una volta erano davvero le loro terre. L’America che amo è quella delle cittadine che ho attraversato oggi, vie con poche case intorno, ad ogni angolo una bandiera americana, a ricordarsi chi sono. Sí perché quello che unisce i discendenti dei pionieri, francesi, inglesi, danesi, italiani, spagnoli, tedeschi, irlandesi, e degli immigrati più recenti, messicani, giapponesi, orientali, indiani, ecco ciò che li unisce è quella bandiera. Non una storia come la nostra, lunga duemila anni, ricca, complessa, poderosa. No. No. La loro storia è brevissima, centocinquanta, duecento anni al massimo. Eppure in un tempo breve loro sono diventati un popolo. Unico. Composito da etnie diversissime. Con mille contraddizioni. Ma con un unico credo comune, la patria. Proud to be American. E lo percepisci. Ad ogni angolo. E li invidi. Perché noi che siamo italiani, la culla della civiltà, questo orgoglio non lo abbiamo. Noi che abbiamo una storia comune in fondo, dimentichiamo di chi siamo eredi, di quanti italiani di cui vantarsi ci siano stati, di quanto ci è costato diventare una nazione. L’America che amo è questa. Quella a stelle e strisce. Sulle bandiere, sui muri, nel cuore. 🇺🇸

Alcatraz

Avete diritto a vitto, alloggio, indumenti ed assistenza sanitaria. Tutto il resto consideratelo un privilegio.

(Numero 5, Regolamento del penitenziario di Alcatraz, 1934)

Visitare Alcatraz è un brivido continuo, lungo la schiena e sulla pelle. Merito anche della visita guidata attraverso audioguide, che ti immerge nell’atmosfera di quei muri, tra le celle, tra i detenuti. Senti il silenzio, il freddo, le grida. Percepisci la mancanza di aria, luce, libertà. Guardi fuori e vedi San Francisco, bellissima in questa giornata di sole e vento, inarrivabile per chi stava scontando qui la sua pena. E questa doveva essere davvero una tortura, nell’ora d’aria, raramente concessa, vedere come un miraggio quella libertà così vicina eppure irraggiungibile. Delinquenti della peggior specie ma anche ladri, borseggiatori, scappati da altri penitenziari e relegati qui, nel carcere senza via di fuga. Come dice il direttore a Clint Eastwood nel celebre “Fuga da Alcatraz”, “Alcatraz è una prigione che vanta la massima sicurezza e pochissimi privilegi. Noi non creiamo buoni cittadini, però creiamo dei buoni detenuti”. Al Capone ne uscì matto, alcuni tentarono la fuga, nessuno vi riuscì mai. Una visita che fa riflettere. Che fa capire quanto vale la libertà. Quella libertà che ci appare scontata e su cui non ci soffermiamo mai abbastanza. Perché, come scrive Montesquieu, la libertà è quel bene che ti fa godere di ogni altro bene.